GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

Le penne lisce non le sopporto proprio. Sono un tipo di pasta che non comprerei mai. E non tanto per le penne, che tutto sommato potrebbero avere il loro perché, quanto per il fatto di essere lisce. Me le immagino appena scolate: pallide, fumanti e incompatibili a qualsiasi condimento possano incontrare. Le penne lisce mi fanno venire in mente le cene pomeridiane in un ospedale, il rancio nella mensa truppa di una caserma o un pasto caldo che ha il solo scopo di riempirti la pancia. Eppure c’è stato un tempo in cui mi piacevano, le penne lisce. Altroché, se mi piacevano!
Ma a quei tempi  Continua a leggere

C’era una piccola traversa sulla Statale, una di quelle che se non lo sai tiri dritto senza accorgertene. Una traversina con un ingresso mimetizzato da un enorme groviglio di bouganville.
Il viaggio per raggiungerla non era lunghissimo: papà fumava e guidava; mamma girava la manopola dell’autoradio e, saltando da una stazione all’altra, era alla ricerca di di’ Giuni Russo e della sua Alghero; mia sorella, invece, infilava una manina nella mia canottiera e gridando – Le nenne – mi strizzava la ciccia.
Era estate ed eravamo tutti felici.
La parte che mi piaceva di più, di quel tragitto, era quando

Continua a leggere

Me ne sono inventato di ogni, in questo mese, per non annoiare il palato e variare le ricette dei fagioli, alimento che ho consumato più di ogni altro. A un certo punto ho fatto anche finta di mangiare messicano per illudermi che tutto fosse più stuzzicante.

Il guacamole e le decorazioni sono stati di grande aiuto. Soprattutto le decorazioni…

Nei momenti più tristi ho preparato un piatto di spaghetti con melanzane fritte e mollica atturrata al posto del formaggio.

Tutto sommato, adesso che è tutto finito il desiderio di carne si è affievolito fino a scomparire. O quasi. E oggi che potrei mangiare qualunque cosa, il pensiero di assaggiare una fetta di prosciutto, o salame, che so, mi fa provare una specie di disagio. Lo so che è strano, ma è così. È come se tornare a mangiare la carne rovinasse qualcosa. La stessa sensazione che si ha da bambini, quando con le carte da gioco costruisci una casa a tre piani e poi all’improvviso… Puff! Tutto crolla.

Di chili ne ho persi cinque, in un mese, e sentirmi dire “Sei fatto più magro” è stato davvero bello, anche perché temo che presto tornerò a sentire il contrario. Non ho ben capito se l’alimentazione vegana è sostenibile per il corpo umano. Vivere per sempre così non è facile, se vivi insieme agli altri. L’unica cosa che mi resta è la possibilità di dire la mia, un domani quando si parlerà di questa dieta, che è di fatto qualcosa di più. Una scelta di vita. Una filosofia, probabilmente. Adesso, però, devo pensare a cosa mangiare per cena e considerando quel disagio che avverto nell’accostarmi nuovamente alla carne, ho optato per una terapia d’urto a base di stigghiole.

Grazie a tutti quelli che hanno letto le pagine di questa avventura, tornerò a gustare questi sapori pensandovi. Tutti.

P.S. Si accettano inviti a pranzo o cena per megagrigliate all’insegna del colesterolo.

Non avrei mai immaginato che mi avreste seguito così numerosi. Perfino il gestore della bottega di frutta e verdura di San Lorenzo Mercato – dove qualche volta vado a cenare – con un sorriso complice mi ha detto – L’ho capito che questa è cosa di un mese.
E pure il mio capo legge questo diario. Certo, non è che ora mi metterò qui a prodigarmi in salamelecchi nei suoi confronti, non sarebbe elegante. Ne approfitto solo per mandargli un saluto: ciao capo, sei il migliore!

Sono sempre di più le persone che incrocio e mi dicono – Ma lo sai che sei fatto più sgonfio? E a proposito di questo, torno a parlare del mio capo un momento. Ogni volta che mi è capitato di chiacchierare con lui, in questi giorni, ha provato a mettermi in guardia sui rischi di questa mia scelta – Vedi che perdi tutto il tono muscolare. Ti afflosci – dice – Io ti ho avvisato. Mi racconta di un tizio, un giocatore di tennis, credo, che dopo essere diventato vegano non ha vinto più un cazzo, come dice lui. Intanto, fino ad oggi, la mia bilancia super-tecnologica dice che ho perso solo massa grassa, ma il capo, si sa, ha sempre ragione.

Con mia grande gioia non ho più quel senso di gonfiore che avevo i primi giorni e non avverto neanche un po’ la mancanza della carne o del formaggio. Inspiegabilmente, provo come un senso di avversione nei confronti di questi alimenti. Una strana sensazione, perché se da una parte sono certo che mai e poi mai potrei rinunciare al piacere di una sfida con una fiorentina di un chilo o al sapore di un tagliere di salumi, dall’altra, in questo momento, sento di star bene così. Un’altra cosa a cui sto prestando molta attenzione è il risparmio economico, infatti seppur consapevole che in un ristorante vegano sono capaci di farti pelo e contropelo rifilandoti una composizione a base di scalogno e songino, mi sto rendendo conto che nella vita di tutti i giorni riesco a preparare un pasto gustoso e nutriente con pochi euro. Altra cosa interessante è quanto un’alimentazione così estrema, se mi si passa il termine, tenda a isolarti, fino a discriminarti. Insomma, più o meno. Per esempio, qualche giorno fa, ritrovandomi in compagnia di amici intenti ad abbuffarsi di ogni ben di Dio, più volte mi è stato chiesto – Ma la prossima volta che ci vediamo fai ancora ‘sta dieta? Ho avuto come l’impressione che mangiare diversamente ti faccia percepire come assente. Quasi estraneo. O forse, una nota stonata. Ora non è che voglia estorcere a questa righe un noioso sermone, solo che non posso fare a meno di notare quanto sia radicata nella natura dell’uomo l’inclinazione a reagire in un dato modo ogni volta che abbiamo a che fare con qualcosa che consideriamo distante dal nostro concetto di normalità. Con ciò che reputiamo diverso. Un’altra cosa su cui torno a riflettere, invece, è il ruolo fondamentale che ha il cibo nelle relazioni umane, tanto che che spesso mi sembra che l’atto di cibarsi diventi lo scopo principale per cui ci si incontra. E a me questo fatto ha provocato sempre tanta tristezza in passato, quindi figuratevi oggi che mangio così. E allora penso quanto sarebbe bello se il tempo trascorso insieme fosse pregno di entusiasmo a prescindere. E non parlo solo della capacità di scambiarsi contenuti più o meno interessanti o profondi, quanto nell’intenzione di volersi divertire, oltre che con il cibo. Di volersi divertire e di provarci. Cavolo, non ce l’ho fatto, mi è scappato il sermone. Scusate. Torniamo a noi.

Man mano che passano i giorni, escogito nuovi espedienti per rendere saporiti e invitanti i soliti legumi o le solite verdure. Stratagemi per prevenire l’insorgere della noia e i picchi di fame. Per esempio: soffriggere l’aglio insieme a un rametto di rosmarino conferisce all’ovvietà di un piatto di borlotti un profumo che riesce ad appagarmi. Oppure, l’uso di semi di sesamo come spuntini spezza-fame. Ne prendo un pugnetto – circa dieci grammi perché sono molto calorici – li tosto in padella e dopo averli consumati riesco a resistere per almeno un paio di ore. La cosa su cui sto puntando maggiormente sono le quantità, intendo dire che non sono avaro, e che minestra di legumi, minestrone o insalata mista che sia, accompagno sempre il tutto con una porzione generosa di riso o cereali. Ogni tanto mi sono anche concesso un aperitivo vegano, come questo nella foto: birra e arachidi. Un posto così carino che non posso fare a meno di segnalarlo: (Catania). Fra pochi minuti, invece, andrò a cenare in un locale che non conosco. Non ho idea di come e cosa mangerò, ma ormai visto che vi segnalo tutto metto il link anche di questo: Ikebana. E la prossima volta vi racconterò come è andata.

A presto.

E alla fine del corso “La parola e la sua immagine” con Claudio Fava ho capito…

che esistono persone che ti fanno percorrere 500 km in un giorno senza nemmeno sentirli;

che il vero carisma si esprime con il massimo della pacatezza;

che Catania è una città bellissima;

che nelle giornate del corso ho passato più tempo in auto che in aula;

che per ogni lezione, anche se erano soltanto due ore per volta, ho imparato tantissime cose;

che in questo mese da vegano è stato difficile resistere alla tentazione della carne di cavallo;

che dare del tu a Claudio Fava mi provoca molto disagio;

che ho dei nuovi amici a Catania;

che forse è giunta l’ora di tornare a studiare.

Le sopracciglia dei cani imbiancate dal tempo.
Un padre e una bambina che attraversano la strada.
Le dita di una donna anziana che si muovono dentro il portamonete.
La faccia di un ragazzino che ha rovesciato per terra il gelato.
Il dipendente del distributore di GPL dove faccio rifornimento.
Le fotografie dentro i portagli.
La voce di mio figlio che urla – Papà – quando pensa di essersi perso.
I silenzi tra due persone che esitano a dichiarare il proprio amore.
L’alone di saliva sul cuscino di mia figlia.
Le bocche sdentate.

E alla fine di questo corso della scuola Holden ho capito…

che tra i miei compagni c’era un ingegnere, uno psichiatra, un avvocato, un insegnante, una giornalista… Insomma l’unico coglione ero io;

che conoscere le parole giuste significa aprire nuovi varchi;

che non mi chiederò più, di una determinata storia, se era più bello il film o il libro. L’unica differenza è il linguaggio utilizzato;

che più approfondisco il tema della narrazione e più mi sento a disagio ogni volta che provo a scrivere qualcosa;

che se avessi incontrato Evelina Santangelo e Costanza Quatriglio a scuola, non la Holden, forse oggi la mia vita sarebbe completamente diversa;

che in qualunque corso è importante avere dei buoni insegnanti, ma lo è altrettanto avere dei buoni compagni;

che perfino le cose più semplici, gli oggetti, i gesti quotidiani, un pasto, uno sguardo… Tutto, insomma, racchiude un mondo che si disvela soltanto in proporzione alle nostre capacità di analisi e di visione;

che per cercare di raccontare con precisione quello che accade nella realtà, spesso bisogna ricorrere al mondo della fantasia. Ai “fantasmi” come dice Evelina Santangelo;

che il mio compagno di corso Piercalogero assomiglia alla bella versione di Ron Howard;

che il corso “Inventare luoghi” è stato un viaggio avventuroso, proprio come ci aveva promesso Costanza Quatriglio il primo giorno;

che con una precisa scelta di linguaggio, una videocamera di sorveglianza può essere capace di raccontare chi è l’Uomo;

che un racconto breve può dire più di un romanzo di mille pagine;

che puoi seguire una lezione di otto ore, e più, senza stancarti mai;

che a qualunque età, basta ritrovarsi dentro un’aula e si ritorna ad essere quindicenni;

che ogni volta che scrivo qualcosa provo a dire chi sono e da quale prospettiva guardo il mondo. Anche se racconto di un marito e moglie seduti davanti a un piatto di pasta;

che un racconto può nascere da un’intuizione e contenere tante cose di cui perfino l’autore è all’oscuro;

che anche quando penso di aver scritto tutto quello che volevo dire, in realtà c’è ancora qualcosa che potrei aggiungere;

che ogni volta che imparo qualcosa, e che la mia conoscenza cresce, mi sento più ricco e più vecchio. E forse anche più più solo;

che forse, alla fine, non sono poi così tanto coglione.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: