GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

Quando ero piccolo, tutti mi dicevano che ero uguale a mio zio Marco.

– Sembrate fratelli, ma vero tuo zio è?- mi chiedevano i miei compagni quando ogni tanto mi accompagnava a scuola. Ed io ero felice, perché

lui era bello, alto, e sapeva pure guidare la Vespa. E la Vespa, mica è un motore accelera e cammina, di quelli che li sanno guidare tutti. La vespa c’ha il cambio nel manubrio e per frenare, devi frenare col piede.
Quando arrivavamo a scuola, andavamo veloci come un razzo, o almeno a me mi sembrava di andare velocissimo, perché io quel vento con la bici non lo sentivo. Sulla Vespa, zio Marco mi faceva sentire felice ogni volta che accelerava e mi faceva venire paura ogni volta che frenava.
E poi lui aveva i capelli all’indietro, perché mio nonno non gli diceva niente e glieli faceva fare come voleva lui, invece io me li dovevo pettinare con la riga.
– Con la riga sono belli sistemati – diceva mio padre. Ed era fissato co ‘sta cosa di essere bello sistemato. Oppure, quando mi portavano dal barbiere, me li dovevo fare tagliare come diceva mia madre, cioè a spazzolino.
Mamma glielo ripeteva mille volte al barbiere – Mi raccomando glieli faccia belli corti. Belli corti a spazzolino.
Quando poi eravamo a casa, mamma diceva sempre – Perché così, prima che ti ricrescono, passa più tempo. E non abbiamo speso soldi a matula – che nel mio dialetto significa inutilmente.

Io, da grande, volevo diventare come mio zio Marco. In tutto. Anzi, pensavo che a un certo punto, quando lui avrebbe smesso di essere sempre più alto di me, e io finalmente lo avrei raggiunto, allora sì che saremmo sembrati due fratelli, anzi, due gemelli. Perché saremmo stati tutti e due alti uguali. E, soprattutto, tutti e due con i capelli all’indietro, perché non è che mio padre e mia madre potevano decidere per sempre come mi dovevo fare i capelli.

Stare con mio zio Marco era bellissimo, perché se c’era una cosa che desideravo da morire, quando ero piccolo, era avere un fratello maschio. Io invece ci avevo una sorella maschio, perché mio padre glielo diceva sempre, a mia sorella – Tu sei un maschio! – che poi, mia sorella maschio era pure più piccola di me.

Io volevo un fratello maggiore maschio vero. Anzi, un fratello e pure un cane. Non avrei avuto bisogno di altro, e di sicuro non avrei mai chiesto niente a i miei genitori, se avessi avuto un fratello e un cane. Sarei stato il bambino più felice del mondo.

Ogni tanto, Zio Marco mi veniva pure a prendere a scuola e capitava che prima di portarmi a casa si fermava in una cabina telefonica per chiamare alla sua fidanzata. Una volta entrati in cabina, a guardare bene, quell’enorme scatola di metallo grigia e gialla non mi sembrava per niente un telefono, ma un gioco. Come uno di quelli che infili un gettone, tiri una leva, o cose così, e poi aspetti che esce una valanga di monete che fa un fracasso come una pioggia di metallo che non finisce più e tu sei felice. Infatti, sopra c’erano pure tre fessure per infilare le monete, come nei giochi. E per non farti sbagliare, avevano messo pure il disegno della moneta giusta che dovevi infilare. C’era il disegno del gettone, quello delle duecento Lire e quello delle cento lire. Più sotto, poi, c’erano i tasti neri, ma non con la rotella che girava, come nel telefono che avevamo tutti a casa, qua, nella cabina, c’erano dei quadratini neri di plastica che li dovevi ammaccare, che mio dialetto significa pigiare. Quadratini neri, uno accanto all’altro. Tre quadratini per quattro. E sopra ognuno di questi c’era stampato un numero. Così:

1 2 3
4 5 6
7 8 9
– 0 –

Su due, infatti, non c’era scritto niente e io ci provavo a pigiarli, ma mio zio mi afferrava sempre la mano, e me la levava. E io ci provavo, sempre più veloce, ma niente, lui era sempre più veloce di me. Perché lui era un ragazzo e io ero solo un bambino e quindi non lo potevo vincere. La parte che mi piaceva di più di quella scatola di metallo che zio Marco usava per chiamare alla sua fidanzata era quella specie di cassettina che c’era in basso. Come un contenitore coperto da un rettangolo di plastica trasparente, tutto graffiato, con una scritta:

R E S T I T U Z I O N E

Se lo spingevi con la mano si apriva come una porticina ed era da lì che cadevano i soldi, ma pochissimi. E neanche sempre.

Zio Marco infilava tante monete, tutte diverse, un po’ qua e un po’ là e poi cominciava a parlare e a ridere. A volte, si metteva la mano davanti la bocca e abbassava la voce, ma tanto io nemmeno lo ascoltavo. Io nemmeno lo capivo quello che diceva, perché, nel frattempo, provavo a fare entrare tutta la mano dentro quella cassettina dove uscivano le monete. Contorcevo le dita e giravo il polso da tutti il lati per cercare il buco da dove quell’affare sputava le monete. Ogni tanto si sentiva come uno scatto, e quello era il rumore del telefono che si mangiava i soldi. Più si parlava e più si mangiava i soldi.

A un certo punto, zio Marco girò la testa di lato per tenere la cornetta e cominciò a infilarsi le mani nelle tasche. In tutte le tasche che aveva. Continuava a parlare veloce e io adesso lo capivo meno di prima.

– Gaspare, ce le hai cento lire?

Lui lo sapeva che era impossibile che io avevo cento Lire, perché se c’avevo cento Lire, io, mi ci andavo a comprare subito le patatine al formaggio, quelle che si scioglievano in bocca.

Per paura che mi restasse incastrata, con non poche difficoltà provai a tirare fuori la mano e poggiandola sul fondo di quella cassettina, sentii qualcosa. Erano due monete. Le afferrai velocissimo come se avessi la mano dentro una vasca e quelli fossero due pesci.

Cento Lire per zio e cento Lire per me. Lui continuò a parlare ancora per un po’ e io sentivo già il sapore delle patatine che si scioglievano in bocca.

Non ci potevo credere, forse quella macchina grigia e gialla era per davvero un gioco. Come uno di quelli che infili un gettone, tiri una leva, o cose così. O forse no, questa cosa mi era successa solo perché ero con lui con mio zio Marco.

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