GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

La storia atroce di Desirée Mariottini, com’era prevedibile, ha scatenato una valanga di opinioni, alimentata da una feroce indignazione, che sta travolgendo impetuosamente sempre lo stesso versante della nostra società: quello che non vuole o non sa fare le dovute distinzioni.
Quella che contrappone sempre il bene e il male. I buoni e i cattivi. Il bianco e il nero. Così, in modo netto.
A volte sembra inevitabile rifugiarsi in meccanismi di questo tipo, perché

rendono più comprensibile quello che per natura è inaccettabile, come la storia di una ragazzina di sedici anni che subisce quello che ha subito lei, Desirée. Un meccanismo forse inevitabile, necessario, ma non giusto.
Man mano che passano le ore, infatti, sembrano emergere elementi che rendono il bianco e nero -che vogliamo contrapporre a tutti i costi – colori più sfumati e più torbidi.
Stando a quanto riportano i giornali, Desirée spacciava hashish e Rivotril, un farmaco che associato all’alcol dà effetti simili all’eroina, acquistato da tossici squattrinati, perlopiù. E sembrerebbe anche che la povera ragazza frequentasse abitualmente il capannone di San Lorenzo, nelle ultime settimane. Entrava, si prostituiva, riceveva in cambio alcune dosi e poi andava via.
La storia si carica di dolore fino all’inverosimile, più di quanto non lo fosse già, rendendo la sua lettura non così lineare.
Del resto, bisogna stare molto attenti, soprattutto in questo preciso momento, perché certe semplificazioni servirebbero solo a infestare ancora di più i nostri cuori di odio. Ci porterebbero a considerare gli uomini considerati responsabili una cosa sola con tutti gli immigrati.
Altrettanto ovvio dire che queste persone devono essere processate e punite con il massimo della pena possibile e anche di più, ma troppo facile puntare l’indice da una parte e basta e andare a dormire sonni tranquilli.
Se una ragazzina di sedici arriva al punto di prostituirsi all’interno di uno squallido capannone, di concedere il proprio corpo di bambina ai piaceri dei peggiori depravati in cambio di droga, se una ragazzina di sedici intraprende l’attività di spacciatrice, significa, credo, che la sofferenza aveva raggiunto, in lei, livelli intollerabili da tanto, troppo tempo. Significa che un indice, irremovibile, deve essere puntato contro i suoi aguzzini, ma che lo stesso dito dell’altra mano deve puntare altre parti della società che ci circonda, compreso chi permette che nelle città italiane esistano zone in cui simile degrado è noto e tollerato da tutti. Istituzioni in primis. Significa, credo, che le colpe e le responsabilità di quanto accaduto alla povera Desirée sono di tante altre persone a lei più o meno vicine.
– Pillola azzurra o pillola rossa? – era la proposta di Morpheus nel film Matrix.
E a me sembra che, soprattutto negli ultimi tempi, scegliamo quella azzurra, che semplifica tutto convincendoci che la causa di tutti i nostri mali sono gli immigrati. E cosa più grave, che gli immigrati sono tutti uguali. Loro cattivi, noi buoni. Divisi. Contrapposti.
Il bianco da un parte, il nero dall’altra.
E pensare che la stessa Desirée, in un post del suo profilo Facebook aveva riportato proprio una citazione sul bianco e sul nero, ma senza separarli, anzi, facendoli convivere dentro di sé. Mischiandoli insieme: “Nata principessa, cresciuta guerriera, un angelo bianco con l’anima nera”

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