GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

La prossima settimana, gli studenti di due sezioni dell’Istituto Comprensivo “Vittorio Veneto” di Lentini leggeranno alcuni miei racconti all’interno di “Libriamoci”, un’iniziativa nata dalla collaborazione tra il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e il Ministero per i beni e le attività culturali.
Giorno 30 ottobre incontrerò i ragazzi per discutere, tutti insieme, di lettura, scrittura e di tutto quello che capiterà.

Dedico questo mio breve racconto alla professoressa Elysa Vecchio che mi ha invitato e che ringrazio, a tutte le insegnanti del dipartimento di lettere e alla dirigente scolastica, dottoressa Benedetta Liotta.
E poi, lo dedico a lei.

Alla mia professoressa Iemma.

La chiamavamo quella di francese. In alcuni casi, la Iemma. In realtà era la professoressa Iemma.
E insegnava francese, appunto. Durante quei tre anni alle medie, non è che mi fossi spaccato la schiena sui libri, e lei, la Iemma, me lo faceva notare spesso. Quasi sempre. Di sicuro più degli altri insegnanti. Solo che a me la cosa che interessava più di tutte era capire come sopravvivere in quella classe di compagni che pesavano il doppio di me e menavano di brutto; che arrivavano a scuola col motorino, sfrecciando su una ruota; che il pomeriggio, invece di stare a casa a fare i compiti, lavoravano al bancone di un bar. Non è che fossi un tipo gracile, io, anzi ero anche piuttosto robusto, però vivendo isolato in una casa in campagna per quasi tutta l’infanzia, il massimo della mia aggressività l’avevo sperimentata facendo a botte con mia sorella, più piccola di me di tre anni; su una ruota non ci sapevo andare nemmeno in bici e il pomeriggio la fatica più grande a cui ero sottoposto, oltre la noia, era quella di accontentarmi di una sola fetta di pane e Nutella.
Insomma, quello che mi interessava più di ogni altra cosa, in quegli anni anni delle medie, era di riuscire a integrarmi con gli altri. Non dico di essere rispettato, quello no, ma almeno di non perdere completamente la stima in me stesso, tra un aggressione e l’altra e le solite offese nei confronti dei miei genitori. Normalmente mio padre era cornuto e sbirro – perché militare – e mia madre prostituta, ma in modo indiretto perché l’offesa, in verità, era sempre rivolta a me con l’esclamazione: “figgh’i arrusa!”.
Ogni volta che qualche insegnante tardava ad arrivare, alcuni tra i miei compagni, quelli scaltri, ne approfittavano per interpretare in modo magistrale alcune scene tratte dal film “Mary per sempre”; qualcuno tra noi, quelli fessi, era costretto a interpretare il ruolo che fu di Michele Placido.
Questa, bene o male, era l’atmosfera che si respirava. E fu per questa e altre ragioni che cominciai a rubare assiduamente alla Standa di corso Calatafimi fino a quando mi la sicurezza mi beccò. Roba che, per poco, il film “Mary per sempre” lo andavo a vivere direttamente al carcere Malaspina.
Mancavano pochi mesi alla fine della scuola, dopo tre anni si era creato un clima sereno. Ci volevamo quasi tutti bene, perché eravamo riusciti a scambiarci qualcosa. L’unico problema che avevo, adesso, era che a differenza degli altri ero l’unico a non avere la più pallida idea di cosa fare.

– Ti sei deciso? In che scuola ti devi iscrivere? – mi chiedevano i miei genitori. Ma niente, non riuscivo a proprio a immaginare come sarebbe andata avanti la mia esistenza. Senza volerlo, mia madre mi aiutava ad affrontare quel momento con tanta serenità – Vedi che da questa scelta dipende tutta la tua vita! – diceva.
Poi, qualche giorno dopo, mi trovai faccia a faccia con la Iemma, quella di francese.
– E allora? Hai deciso? – disse.
Io balbettai, incantandomi in un suono che non diceva nulla. Mi capitava spesso di impappinarmi, e a volte mi capita anche oggi.
– Senti – disse la Iemma – è inutile che ci giriamo intorno. La cosa è semplice: liceo, nemmeno a parlarne; istituto tecnico, non sei in grado. Tu sei cosa di imparare un lavoro. E basta.
Provai una paura fottuta. La Iemma, quella di francese, quella che mi era sempre stata addosso, non credeva più in me.
– Veramente ho deciso! – la voce uscì. Bassa e con un po’ di fiatone, ma uscì.
– E che avresti deciso? – disse come se si stesse preparando alla battuta finale di una divertentissima barzelletta.
– Ho deciso che m’iscrivo al Turismo.
In verità, fino al minuto prima brancolavo nel buio, ma adesso ne ero straconvinto. Certo come poche cose al mondo.
Invece di ridere, la Iemma si fece seria e disse – Il turismo? Quello che c’è in via Ugo La Malfa, all’ingresso dell’autostrada per Trapani?
– Sì – dissi io.
Fece una smorfia come per dire – Se lo dici tu – e poi aggiunse – Lascia stare, tanto non ce la fai. Come prima cosa è troppo lontano da casa tua, e poi si studia tanto. Si studiano materie difficili. Difficili per te. Il tedesco e l’inglese, oltre il francese. E un sacco di altre materie. Pensa pure ai tuoi genitori: vedi che i libri costano, non fargli buttare soldi.
– Non gliene faccio buttare soldi. E comunque, ormai ho deciso – dissi io.
– Fai come vuoi – disse lei, quindi si girò e se ne andò.
– Ma vedi un po’ che stronza, questa qua! Invece di incoraggiarmi, mi butta giù. I professori dovrebbero aiutarci – pensai tra me e me. Anzi se avessi avuto più coraggio le avrei dato una di quelle risposte alla Mary per sempre, ma papà, poi, mi avrebbe ucciso, e altro che scuole superiori…
Da diverse settimane guardavo quel maledetto opuscolo che ci avevano consegnato per aiutarci a scegliere una scuola, e da tempo avevo fatto un pensierino all’istituto tecnico per il turismo.
Se non lo avevo ancora detto a nessuno era semplicemente perché sarebbe stato difficile spiegare che le uniche ragioni erano soltanto due: poca matematica e tante ragazze. Quando ufficializzai la cosa in famiglia motivai tutto rivelando una grande passione per lingue straniere. E i miei fecero una smorfia simile a quella della Iemma.
Poi papà disse – Ma se manco conosci l’italiano! – poi alzò le spalle e aggiunse – Comunque, basta che studi.
Continuai a pensare spesso alle parole della Iemma, soprattutto il primo anno delle superiori. Ero talmente scarso che dovetti impegnarmi tantissimo per raggiungere la sufficienza in tutte le materie.
A ogni piccolo obiettivo raggiunto, a ogni voto decente, dicevo sempre a me stesso – Alla faccia di quella stronza della Iemma!
Quando invece qualcosa andava male, e avevo paura di non farcela, pensavo – Non gliela posso dare vinta a quella stronza della Iemma!
Col tempo, però, smisi di pensarla così intensamente. La ricordavo solo ogni tanto, soprattutto quando, senza accorgermene, dovevo misurare lo scorrere del tempo. E forse per questo, quando arrivò il momento del diploma, mi ricordai di lei e decisi di andarla a trovare. Volevo dirle che era stata una cogliona. Sì, volevo dirle proprio così: Lei è una cogliona che ha giocato con il mio futuro. Invece di incoraggiarmi mi ha buttato giù. Ma io ce l’ho fatta lo stesso.
L’intenzione c’era, ma alla fine, per un motivo o un altro, rimandai, fino a quando un giorno, che ormai avevo smesso di pensarla del tutto, incontrai un vecchio compagno.
– L’hai saputo – mi disse – la Iemma è morta.
Provai una paura fottuta. La Iemma era morta. Quella di francese. Quella che dovevo andare a trovare per dirle che era una cogliona, che aveva giocato con il mio futuro, che invece di incoraggiarmi mi aveva buttato giù e che invece, io, ce l’avevo fatta lo stesso.
E solamente adesso che non c’era più realizzavo che se ce l’avevo fatta lo stesso dovevo dire grazie a lei. Alla mia professoressa Iemma.

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