GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

Scrivo queste righe alla sindaca di Lodi, Sara Casanova, affidandole a un post. Lo faccio esattamente con lo stesso spirito che avrei se lanciassi un messaggio dentro a una bottiglia tra le onde del mare: la fiducia che arrivi a destinazione è poca, ma mi conforta l’idea che non saranno poche le persone che raggiungerò.

Gentile sindaca Casanova,

apprendo dai giornali che più di 200 bambini del suo comune, figli di stranieri, sono rimasti fuori dai servizi di mensa e scuolabus a causa di un nuovo regolamento che lei ha deciso di introdurre. Cosa prevede questo nuovo regolamento? Obbliga le famiglie extraUe a certificare il patrimonio che possiedono nel Paese d’origine. Una cosuccia da niente, insomma. Che ci vuole a fare un salto in Costa d’Avorio, in Ecuador o in Senegal.

Questa sua particolare richiesta mi ha fatto venire in mente un film per cui andavo matto quando ero piccolo. Uno di quei film che trasmettevano in TV nel periodo natalizio. Questo film era “Il principe cerca moglie”. E inizialmente ho pensato che l’unica ragione per cui introdurre una simile richiesta fosse quella di scovare facoltosi cittadini tunisini, egiziani, peruviani, ecuadoregni… che per spirito d’avventura avevano deciso di vivere in delle misere abitazioni, fare dei lavori duri (e spesso sottopagati) piuttosto che spassarsela nel loro paese.

Ragionandoci un po’ meglio, però, mi sono detto che doveva esserci dell’altro. Sa, sono un tipo abbastanza sveglio, io. E infatti, ho pensato che le risate di quel film hanno poco a che fare con i fatti che riguardano Lodi, la sua città. Sì perché, signora sindaca, la richiesta di un simile documento è, credo, una condanna a sprofondare in un inferno burocratico che solo Kafka era capace di descrivere. E soprattutto, perché non presentare quel certificato (richiesto solo alle famiglie extracomunitarie, nonostante avessero i requisiti ISEE previsti dalla legge) ha di fatto comportato l’esclusione da servizi fondamentali come quello dello scuolabus e della mensa scolastica.

Sono sicuro che sono io a pensar male, sia chiaro, ed è anche per questo che le scrivo.
Ma mi sono fatto convinto che la richiesta di quel certificato avesse proprio come obiettivo quello di evidenziare differenze e alimentare divisioni.
All’ora di pranzo, infatti, i bambini extracomunitari vengono divisi da quelli italiani e sistemati in un’aula dove consumano il panino preparato a casa.

Signora sindaca, da quel che leggo sui giornali, ho capito che questa storia è più simile a un incubo che a una commedia.
Da quello che leggo sui giornali mi sembra di capire che dal momento in cui il governo attualmente in carica è stato eletto l’unica cosa che sta crescendo, in Italia, è la cattiveria nei confronti di chi ha dovuto lasciare il proprio paese e ha scelto di vivere qui. In Italia.
Da quello che leggo sui giornali, ho capito che la realtà che viviamo è diversa da quella che percepiamo.
E ho capito anche che una cattiveria sempre crescente sta, giorno dopo giorno, evidenziando differenze e alimentando divisioni. Siamo sempre più divisi e sempre più diversi. Per il colore della pelle, per il paese di appartenenza, per il credo politico, per l’orientamento sessuale, per il reddito…
Per qualsiasi cosa capace di metterci gli uni contro gli altri, insomma.

Quello che ha fatto lei, però, signora sindaca, è stato, a mio modesto avviso, uno sconfinare oltre ogni limite, per il semplice fatto che lei ha coinvolto tutti i bambini della sua città. E non solo quelli extracomunitari. Infatti, non trovando nessun’altra soluzione se non quella di dividerli durante l’ora del pasto, ha insegnato loro, italiani e stranieri, che non vivono in un mondo che li considera uguali. Ha insegnato loro che vivono in un mondo ingiusto che non risparmia nessuno, nemmeno i più piccoli. In un mondo che non rispetta i loro bisogni e nemmeno le loro amicizie.
Ritengo che con la richiesta di un documento (quasi) impossibile da produrre non ha negato solamente un pasto, non ha soltanto sottoposto a mortificazione chi non poteva accedere a mensa con i propri compagni, cosa di per sé inaccettabile, ma ha sottratto dei momenti preziosi di integrazione.
E in questo mio ragionare lascio da parte le difficoltà a cui sono state sottoposte 200 famiglie con redditi da 5000 e 6000€ annui ( o meno ) che devono affrontare il tragitto casa scuola, andata e ritorno.

Davanti a scenari simili, signora sindaca, ritornano in mente, per forza di cose, periodi storici atroci che tutti speravamo e volevamo mettere da parte per sempre. Sia chi li aveva vissuti direttamente, che chi li ha studiati sui libri di scuola o ascoltati dalla viva-voce dei propri genitori e nonni.
Con questo mio post, seppur con il massimo rispetto per la carica che ricopre, signora sindaca, le lancio l’urlo di un cittadino che non vuole sentire la puzza di una vecchia storia che si ripete. Le urlo di non voler più rivivere direttamente o indirettamente, da spettatore o da protagonista, da vittima o da carnefice, la puzza di contesti storici inaccettabili come quelli fondati sulla discriminazione di chi viene considerato diverso.
Tra l’altro, secondo me, la pretestuosità di un provvedimento come il suo, ovvero la richiesta del fantomatico certificato, evoca un passato orrendo e doloroso con una manifestazione più subdola che mai. Mi spiego meglio: un tempo, cominciarono ad essere affissi i primi cartelli sulle porte dei negozi: “Vietato l’ingresso agli ebrei e ai cani”, presagio di agghiaccianti sventure; oggi il presagio è ugualmente atroce ma meno schietto: se vuoi mangiare con noi devi presentare un certificato. Anche oggi bisogna essere in una lista. E che si stia parlando di bambini non ci indigna perché non fa alcuna differenza.

Ultimo, ma non meno importante, il fatto che questo provvedimento non tiene neppure in conto il fatto che i bambini discriminati oggi, sono i futuri cittadini italiani di domani, i futuri genitori di altri italiani. Le centinaia di bambini, a mio parere, discriminati oggi, crescono in un paese che gli sta negando perfino il sapore della cucina italiana insieme ai compagni. Traumi che se sei un bambino fai fatica a spiegarti e a capire, signora sindaca. Così come un tempo non si riusciva a spiegare o a capire la scritta: “Vietato l’ingresso agli ebrei e ai cani”.

Non so cosa deciderà di fare lei, signora sindaca, non so che piega prenderà o abbia già preso questo storia, so quello che farei io se fossi al suo posto. O so quello che succederebbe se ci trovassimo in un altro paese. Diverso da quello che è oggi l’Italia.
Se fossi al suo posto, o ci trovassimo in un altro paese, mi sarei dimesso. Se ci trovassimo in un altro paese, lunedì mattina il pulmino del comune passerebbe a prendere i bimbi per portarli a scuola, così come faceva in passato. E a pranzo si tornerebbe a mangiare tutti insieme; i problemi li discuteremmo tra adulti e lasceremmo che i bimbi vivano serenamente quello che dovrebbe essere il periodo più bello della loro vita: l’infanzia.

Cordialmente.

Gaspare Scimò

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