GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

A me il pesce non mi piace. Non mi piace e non mi è mai piaciuto. Ecco!
E tutte le volte che papà tornava dal mercato, mi veniva la nausea alla sola vista del coppo con i fogli di giornale in cui era avvolto quello schifo puzzolente.
-Ma lo vuoi capire che ti fa bene? – diceva mamma.
Altro che bene… Come prima cosa, c’era quel saporaccio amaro che di tanto in tanto, mentre masticavo, mi ritrovavo in bocca. Io glielo dicevo, ma loro pensavano che fosse un trucchetto per sputare qualche boccone, e quindi dovevo mandarlo giù. Poi, quella puzza che sprigionava: prima durante e dopo la cottura. E non parliamo delle spine…
Quello non era cibo era un supplizio, e il dramma stava nel fatto che in nessuno modo riuscivo a evitarlo.
Un panino con le crocché, un’arancina, la pasta al forno… Ecco cosa mi avrebbe fatto bene! Più ci pensavo e più non mi davo pace. Mi domandavo per quali ragioni dei genitori sottoponessero con una tale frequenza il proprio figlio a una simile punizione. Un tenero e dolce pargoletto di cinque anni, come me.
Così cresci forte. Lo ha detto il pediatra che il pesce ti fa bene – insisteva mamma.
Altro che pediatra… Quello era un modo per punirmi di qualcosa, ne ero più che certo. Talmente tante le volte in cui lo mangiavo che ormai riuscivo a indovinare cosa c’era dentro quello schifoso coppo prima ancora che papà lo aprisse.
Allora, se era grande, di sicuro c’era il pesce argentato, come quello che si vedeva nei cartoni animati, più o meno; se il coppo era leggermente più piccolo, ce n’erano due di pesci, non tanto grandi e rossi. Ma non rossi come quello che tenevamo dentro l’insalatiera di vetro del servizio buono che mamma aveva messo sopra lo stipetto. Quel pesce lo lasciavamo vivo, a girare dentro quel contenitore di vetro. Quello non era un pesce da mangiare, e infatti era l’unico pesce che mi piaceva, nel senso che gli volevo anche bene, ovviamente. Altre volte, nel coppo, c’era un pesce strano, non aveva né testa, né pinne, né coda. Era rettangolare e le prime volte, mamma aveva provato a imbrogliarmi tentando di rifilarmelo per petto di pollo panato. Ma ero un bambino sveglio, io.
Insomma, tra questi non me ne piaceva nemmeno uno, ma non era colpa mia, non facevo i capricci. Erano tutti troppo schifosi.
Ci provavo sempre a ribellarmi, è ovvio, e mi giocavo tutte le carte. Quando il momento della cena era vicino, iniziavo a piangere. Disperatamente. Erano dei pianti a secco, come li chiamava mamma, cioè senza lacrime, ma mi giocavo tutto sull’interpretazione. Roba da premio Oscar, anche se non serviva a nulla. Infatti, quando caricavo la mia performance di troppa enfasi, papà si girava e mi fissava strizzando gli occhi come se gli bruciassero, poi faceva fare due scatti alla mandibola, e a quel punto, niente, capivo che la mia sceneggiata doveva concludersi immediatamente.
Mi sedevo a tavola tutto rosso dalla rabbia e devo ammetterlo, in quei momenti li odiavo. Pensavo che fossero senza cuore, perché io soffrivo e loro mi ignoravano: papà finiva di cucinare e mamma stirava un montagna di biancheria che non voleva saperne di rimpicciolirsi.
Ma la cosa che più di ogni altra mi feriva, era la loro crudeltà, si perché quello schifo di pesce lo compravano soltanto a me. Per loro non lo compravano mai. Ma proprio mai.
In più, quelle poche volte che mi concedevano di lasciarne qualche pezzetto, perché proprio non ce la facevo più, lo mangiavano solo per dimostrarmi che era buona quella schifezza, che i miei erano solo capricci. Ma non erano nemmeno bravi a fingere, sì perché nonostante non fossero più di un paio di pezzi perdevano tempo a discutere.
No, mangialo tu – diceva mamma.
No, mangialo tu – diceva papà.
E siccome papà era più forte, alla fine mamma doveva arrendersi, proprio come facevo io.
Avevo solo cinque anni, ma ero un bambino sveglio, io, e lo capivo che non piaceva nemmeno a lei, infatti fino all’istante prima di mangiarli ci provava per l’ultima volta.
– Sei sicuro? mangialo tu – diceva a papà. Ma non c’era niente da fare, doveva mangiarlo sempre mamma, che per levarsi subito davanti quella schifezza la metteva in bocca e la faceva scomparire in un batter d’occhio. E io riconoscevo in quel gesto la tecnica che mi aveva insegnato per prendere lo sciroppo della tosse, che tra l’altro, per me, era pure più buono del pesce.
Alle volte papà, quando mi aveva comprato quegli strani pesci rossi, inventava delle storie per aiutarmi a mangiare, si sedeva accanto a me e iniziava dicendo – Questa è triglia Filippo e questa è triglia Giacomo.
I nomi erano sempre gli stessi, perché papà aveva capito che mi piacevano da morire: Triglia Filippo e Triglia Giacomo; le storie cambiavano sempre. Non è che facessi i salti di gioia, però masticavo con più rassegnazione. Ma anche se avevo cinque anni, ero un bambino sveglio,io, e lo capivo che se faceva tutta quella messa in scena era solo perché quei pesci rossi erano pieni pieni di spine e in verità, papà doveva solo controllare che non succedesse un guaio. Che non mi affogassi.
Ogni sera, quando finivo di cenare, veniva la parte peggiore perché dovevo restare a tavola: queste erano le regole. Dovevo restare a guardarli mentre mangiavano loro. E quasi ogni volta che io mangiavo pesce, come se lo facessero apposta, mamma prendeva una scatoletta di metallo. Una scatoletta che si apriva con una specie di chiave, simile a quella della Fiat 500 di papà. Praticamente nella chiavetta c’era una specie di piccola fessura, nella scatoletta, invece, c’era una linguetta minuscola. Che meraviglia! aprirla era un gioco: bisognava infilare la linguetta nella fessura e poi girare, girare, girare. Ma che era bella quella scatoletta, mica era squallida come il coppo di giornale.
Quando la parte superiore della scatoletta saltava via, una fragranza di spezie e di affumicato si sovrapponeva alla puzza di pesce, ma io riuscivo a separarli, quei due odori: quello della scatoletta era super appetitoso. Mamma metteva su un piatto un parallelepipedo marrone e poi lo divideva in due parti uguali. Una per lei e una per papà, e prima di iniziare gli spremevano sopra mezzo limone. Con l’aggiunta del limone il profumo si esaltava. Era un odore simile a quello dei wurstel crudi. Una delizia, insomma.
Li guardavo in silenzio e covavo un forte sentimento di rancore e di invidia perché anche se avevo cinque anni ero un bambino sveglio, e infatti e pensavo.
– Che furbi, a me il pesce, e loro si mangiano la scatoletta!

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