GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

Le penne lisce non le sopporto proprio. Sono un tipo di pasta che non comprerei mai. E non tanto per le penne, che tutto sommato potrebbero avere il loro perché, quanto per il fatto di essere lisce. Me le immagino appena scolate: pallide, fumanti e incompatibili a qualsiasi condimento possano incontrare. Le penne lisce mi fanno venire in mente le cene pomeridiane in un ospedale, il rancio nella mensa truppa di una caserma o un pasto caldo che ha il solo scopo di riempirti la pancia. Eppure c’è stato un tempo in cui mi piacevano, le penne lisce. Altroché, se mi piacevano!
Ma a quei tempi  non avevo mai dormito in un ospedale, non avevo mai indossato una divisa e, soprattutto, non mi era mai capitato di dover masticare serrando le mascelle più forte di quanto fosse necessario.
In realtà, a quei tempi non conoscevo niente. Ma proprio niente di niente. E le penne lisce erano, come la maggior parte di ciò che mi circondava, un’occasione per assistere a qualcosa di incredibile. Di magico.
Nonna mi metteva seduto a tavola e poi mi avvolgeva uno strofinaccio intorno al collo che mi sembrava un lenzuolo, tanto era grande. O forse ero io che ero troppo piccolo. Poi andava in cucina e tornava con il piatto fumante; guardava nonno e diceva – Spicciati, che adesso tocca a te.
Nonno sembrava assorto in una qualche attività, ma non faceva nemmeno finire la frase a nonna che era già al mio fianco. Prendeva un coltello, tagliava un pezzo di burro e lo metteva sopra a quelle penne lisce roventi.
– Talia – diceva – Talia.
Io lo sapevo benissimo cosa sarebbe successo, ma ogni volta guardavo con la massima attenzione per capire come ci riuscisse.
Teneva il cucchiaio di taglio e mischiava le penne lisce come faceva con le carte da gioco quando voleva stupirmi con uno dei suoi trucchi.
Il pezzetto di burro, intanto, schizzava sulla superficie della pasta, comparendo e scomparendo da una parte all’altra del piatto, come se volesse fuggire chissà dove.
A un certo punto nonno recitava la sua formula magica – Una e una rue…E una tri.
E proprio in quel preciso istante, il burro scompariva:
io restavo a bocca aperta e lui mi consegnava la posata sorridendo, come per dire – E adesso tocca a te.
A ogni cucchiaiata, mentre masticavo, pensavo che lo avrei trovato, o che almeno avrei capito dov’era andato a finire, quel maledetto pezzo di burro.

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