GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

C’era una piccola traversa sulla Statale, una di quelle che se non lo sai tiri dritto senza accorgertene. Una traversina con un ingresso mimetizzato da un enorme groviglio di bouganville.
Il viaggio per raggiungerla non era lunghissimo: papà fumava e guidava; mamma girava la manopola dell’autoradio e, saltando da una stazione all’altra, era alla ricerca di di’ Giuni Russo e della sua Alghero; mia sorella, invece, infilava una manina nella mia canottiera e gridando – Le nenne – mi strizzava la ciccia.
Era estate ed eravamo tutti felici.
La parte che mi piaceva di più, di quel tragitto, era quando

attraversavamo le due gallerie tra Sferracavallo e Isola delle Femmine. Mi faceva impazzire quella sensazione: per un momento diventava tutto buio e subito dopo tornava la luce. Roba da non crederci.
Il resto della strada mi annoiavo a morte e allora smettevo di guardare fuori e stavo con le braccia conserte, strette strette, per evitare che mia sorella provasse ancora a strizzarmi la ciccia. Quando stavamo per arrivare all’altezza di quella piccola traversa, però, drizzavamo le orecchie, mia sorella e io. La riconoscevamo sempre quella zona, e infatti papà girava.
La strada sterrata faceva ballare la macchina e io e mia sorella saltavamo come pazzi, ma per la gioia; papà faceva volare una cicca dal finestrino, e siccome da quelle parti il segnale era troppo disturbato, mamma spegneva la radio e cominciava a cantarla lei la sua canzone.
– Voglio andare ad Alghero in compagnia di uno straniero…
Cantava quella strofa, guardava papà e rideva, lui prendeva il pacchetto di sigarette e ne accendeva un’altra. Forse non se accorgeva neppure.
In questi ultimi metri, gli alberi ci offrivano ampie zone d’ombra, a beneficio delle lamiere incandescenti, e un tappeto di aghi i pino come asfalto.
Via degli Ulivi: mi sembra che ci fosse scritto così, con della vernice, sul cemento grezzo del muro di cinta di un appezzamento di terreno. Papà proseguiva dritto e io guardavo gli altri villini e la gente che ci salutava con la mano. In fondo alla strada c’era un cancello bianco e nocciola che in alto aveva una scritta: VILLA SAPIN.
Sapin – che in famiglia per gioco pronunciavano Sapèn (alla francese) – stava per Salvatore e Pina, i miei nonni. Finalmente eravamo arrivati. Quella dei nonni era la villa più bella del mondo, per me. Nonno apriva il cancello e per riuscire a fare incastrare la nostra auto in mezzo a quella degli altri, iniziava a girare il braccio come se fosse un’elica e urlava – Tutta, tutta, tutta, tutta, tutta, tutta.
Poi lo girava in senso opposto e riprendeva – Tutta, tutta, tutta, tutta, tutta, tutta.
In quei momenti pensavo che non sarei mai stato in grado di guidare, tanto mi sembravano difficili quelle manovre. E non capivo se Nonno volesse davvero aiutarci o se se quello era semplicemente il suo modo di darci il benvenuto. O di fare un dispetto a papà, per farlo confondere. Una di quelle cose che faresti all’uomo che ti ha portato via la figlia, insomma. Il bello era che anche io e mia sorella cominciavamo a urlare – Tutta, tutta, tutta, tutta, tutta, tutta, anzi, se devo dire la verità, lo urlavamo ogni volta che papà doveva posteggiare.
Al momento di salutare nonno, io e mia sorella provavamo a farci scomparire il collo dentro le spalle, ma non serviva a niente perché lui, con quella pinza che aveva al posto di pollice e indice, riusciva sempre ad afferrarci la carne sotto il mento e a stritolarcela, poi ci dava un bacio che pungeva come se al posto dei baffi avesse tantissimi aghi.
A quel punto iniziava la festa. Io e mia sorella non litigavamo più: quella era una zona franca.
A villa Sapin l’unico problema che potevamo avere, io e mia sorella, era risolvere il dilemma pomeridiano: Maxicono, Maxistecco o Maxibon?
Per il resto erano solo momenti di gioia: zio Marco ci faceva fare i giri sulla Vespa bianca; zio Enzo suonava la chitarra; zia Anna mi faceva usare il suo materassino quando andavamo a mare; zia Cristina mi regalava Mille Lire per comprarmi quello che volevo; nonna mi insegnava a cucinare o mi regalava un pezzo di pane in pasta che era meglio del pongo, perché oltre a modellarlo potevo anche mangiarlo; nonno mi aveva comprato una piccola zappa per aiutarlo in campagna.
E quando arrivava il sabato sera, mentre i pipistrelli ci svolazzavano sopra la testa, guardavamo La Corrida di Corrado in una televisione in bianco e nero che era più piccola di un forno a microonde.
Eravamo tutti insieme. E che risate!
Durante il giorno io e mia sorella eravamo liberi di fare tutto quello che volevamo, ma proprio tutto. Ci piaceva tanto fare gli esploratori e avevamo anche il permesso di uscire dal cancello e arrivare fino alla fine di via degli Ulivi, non oltre però. Qualche villino più avanti c’era un bambino che ci incuriosiva tanto, lo andavamo a fissare con la discrezione di cui dispongono due marmocchi di quattro e sette anni. Insomma, lo guardavamo come se fosse un animale dello Zoo. Camminava un po’ a scatti e con la mano a pistola urlava – Tatatatatatatatatatatata. Lo osservavamo mentre continuava a sparare in aria, ogni tanto si fermava a guardarci e poi riprendeva. Non ci sembrava molto più piccolo di noi, però non usciva a giocare per strada come facevamo io e mia sorella. Non usciva mai. Nemmeno quando insieme a noi c’erano altri bambini.
Un giorno, che la nostra vacanza dai nonni era finita, io e mia sorella, come al solito, andammo a trovare quel bambino.
Anche se più piccola, lei è sempre stata quella coraggiosa e forse per questo fece quello che volevo fare anche io, quindi si avvicinò al cancello per guardarlo più da vicino. Io la seguii.
Il bambino non stava sparando, fissava un punto imprecisato sospeso nell’aria, come se fosse assorto in un ragionamento molto complesso, o come se dovesse prendere una decisione importantissima. Senza guardarci si avvicinò anche lui. E così ci trovammo faccia a faccia, fra di noi c’era solo quel cancello che lo ingabbiava. Io stavo fermo, e se non scappavo era solo per evitare che mia sorella mi prendesse in giro per il resto dei miei giorni. Pensavo che all’improvviso quel bambino avrebbe spalancato la bocca e ruggito un verso mostruoso.
E infatti il bambino spalancò la bocca, ma per chiederci – Cosa fa la pioggia?
Io e mia sorella ci guardammo come per chiederci – Tu lo sai? – ma nessuno di noi due rispose.
– Cosa fa la pioggia? disse ancora e poi gridò forte – Culo!
Io e mia sorella cominciammo a scappare, correvamo più veloci che potevamo, mentre lui continuava urlare – Cosa fa la pioggia? Culo!
Tornammo a villa Sapin, e non raccontammo niente a nessuno. Papà aveva sistemato la nostra roba in auto: eravamo pronti per tornare a casa.
Anche la manovra per andar via fu accompagnata dal vocione di nonno – Tutta, tutta, tutta, tutta, tutta, tutta.
Durante il viaggio, papà accendeva una sigaretta dietro l’altra, mamma girava la manopola dell’autoradio e mia sorella mi strizzava la ciccia urlando – Le nenne.
Oggi non è rimasto quasi più niente di tutto quello. Villa Sapin non c’è più, nonno l’ha venduta alcuni anni prima di morire. E chissà se la scritta sul cancello c’è ancora e se chi ci vive adesso ne conosce il significato. La famiglia si è spezzettata in tante vite, ognuna con una propria direzione. E anche la vita di mia sorella e la mia non si incrociano spesso. A volte capita di fare lunghi tratti ognuno per conto suo, perché perdersi è la cosa più semplice del mondo.
E anche se a volte capita che ci vediamo, non sempre questo significa ritrovarsi.
Se di tanto ci riusciamo, anche per pochi istanti, è grazie a frasi o espressioni che per altri non hanno molto senso. E infatti, ancora oggi, basta che uno dei due dica – Cosa fa la pioggia? – che l’altro, prontissimo, risponde – Culo!

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