GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

Quando Havana aveva compiuto da poco cinque anni, sentivo il dovere di offrirle qualcosa che potesse tenere a bada quel

suo modo di fare così estroso, visto che indipendentemente dal fatto che ci trovassimo ad una festa di compleanno o in salumeria aveva sempre bisogno di un pubblico. Sentivo il dovere di offrirle qualcosa che fosse come una diga: capace di arginare i suoi istinti di dover accentrare sempre intorno a sé l’attenzione di tutto l’universo. E per questa ragione pensai di iscriverla ad un corso di teatro. A quello che reputavo e reputo il migliore della città. Ero certo che la disciplina, proprio come una diga, l’avrebbe anche aiutata a farle scorrere dentro tutte le potenzialità in modo armonioso, man mano che cresceva. Erano i primi di settembre del 2016, il corso non era ancora iniziato, quindi cominciai a tempestare di chiamate il numero di telefono della segreteria. Finalmente, una donna dall’altro capo del filo mi rispose, aveva una voce un po’ burbera. Non era scortese, ma estremamente determinata in ogni singola cosa che diceva. Soprattutto quando disse il suo nome – Io sono Santina Franco.
Quando arrivammo al punto sorsero i primi problemi: non accettavano bimbi così piccoli. Anzi – mi disse la donna – che prima di accettare qualcuno, lei, che era la coordinatrice, preferiva parlare con i bambini. Capire se fare teatro era un loro desiderio, se erano disposti a seguire una disciplina che necessita di serietà e impegno.
– Sa – mi disse – spesso i bambini vengono qua per un’ambizione dei genitori, per un loro desiderio represso.
Io provavo a spiegare che razza di figlia avevo. Altro che cinque anni. Stavo per dirle che mi ritrovavo a fare da padre a una diva consumata, ad una donna vissuta intrappolata nel corpo di una bimba. Ma sapevo che non c’è niente di meno attendibile di un padre che parla della propria figlia. A un certo punto la signora Santina mi congedò dicendomi che la scuola apriva a fine settembre; che comunque era troppo presto parlarne adesso.
Chiusi il telefono un po’ scocciato, ma determinato: Havana avrebbe frequentato quella scuola. Cascasse il mondo!
La settimana successiva richiamai, Santina disse che si ricordava di me. Lo disse come per sottolineare il fastidio che le provocava sentire ancora la mia voce.
Per scoraggiarmi, credo, disse che le lezione duravano due ore e mezza. Di fila. E che per una bambina così piccola poteva essere troppo pesante.
– Io voglio che i bambini si impegnino, ma anche che si divertano – concluse.
All’ennesima chiamata, visto che non ne poteva più di sentirmi, disse – Mi venga a trovare lunedì prossimo.
– Con Havana? – dissi io.
– E certo – disse lei, con un tono di voce che senza nessun riguardo mi urlava: idiota!
L’incontro fu amore a prima vista, fra loro; io avevo il sospetto di starle un po’ sulle palle.
Havana, di sua iniziativa, aveva preparato delle faccine – come le chiamava lei. Sosteneva che con quelle sue espressioni buffe e originali l’avrebbero presa.
– Ma io mi sono già innamorata di te – disse Santina appena la vide.
E fu così che cominciò l’avventura alla scuola di teatro “Putia d’arte Malvina Franco”. Un percorso che Havana porta avanti da due anni. Anche se lei spesso bara e dice di far teatro da quattro o cinque.
Un giorno, dopo poche lezioni, quando andai a prenderla all’uscita, mi disse che aveva fatto una lezione di “addizione”. E cominciò a farmi sentire le vocali aperte e chiuse.
– Senti papà. Pesca: questa è quella che si mangia. Pesca: questa invece è quella che si vanno a prendere i pesci. La senti la differenza della e?
Lei era euforica e a me veniva da ridere. Stavamo camminando mano nella mano all’interno del parco di Villa Pantelleria, tra gli alberi e le erbacce. Erano le otto, e fra pochi istanti i lampioni assaliti da numerosi insetti avrebbero illuminato l’ambiente facendo conto soltanto sulle proprie forze. Prima di raggiungere l’auto, come se sbucasse dal nulla, vidi Lollo Franco.

– Buonasera signorina – disse guardando Havana.
La sua voce sembrava amplificata, come se ci fossero degli altoparlanti nascosti per tutto il parco, o come se cadesse giù dal cielo. Una voce potente, ma gentile.
Camminava verso di noi e indossava un completo grigio: pantaloni, gilet e camicia. Quando ci siamo trovati di fronte si è piegato verso Havana, l’ha guardata bene e ha detto
– Santina mi ha parlato di te, mi ha detto che vuoi fare la scuola di teatro. È vero? – sembrava la battuta di uno spettacolo. Ogni sillaba scandita come se fosse un richiamo solenne.
Havana aveva il viso contratto. Emozionata per l’espressione di quel volto e per il suono di quella voce che era come un canto capace di rendere irreale tutto ciò che avevamo intorno.
– Sì – ha risposto subito Havana.
– Allora, io ti aiuterò a esprimere tutto quello che hai dentro – ha detto così lui, poi l’ha fissata con maggiore attenzione e ha aggiunto – Tu sei come Santa Rosalia bambina – le ha dato un bacio sulla testa ed è andato via.
Quando abbiamo ripreso a camminare Havana aveva gli occhi lucidi, e stranamente stava in silenzio.
– Che hai Havana, che è successo?
– Papà, io voglio diventare un’attrice.
Io non so se Havana avesse capito le parole di Lollo Franco, non credo neppure sapesse cosa significa la parola attrice. O teatro. Né tanto meno conosceva Santa Rosalia. So solo che quel breve incontro, il suono di quella voce e la figura di quell’uomo le avevano regalato un momento carico di emozioni. Un momento magico. E forse in quella magia c’era come un richiamo, qualcosa che non si può spiegare, ma di sicuro una di quelle cose che i bambini sanno carpire meglio di chiunque altro.
In questi due anni Havana ha lavorato duramente. Con passione e sacrificio, ma divertendosi.

Ha imparato a memoria i copioni quando ancora non sapeva neppure leggere. Posso dire che ha imparato le prime regole del teatro ancor prima di aver imparato a fare le astine sui quaderni di scuola. E l’ho vista cambiare tanto, da allora. Crescere giorno dopo giorno a una velocità incredibile, e so per certo che il teatro ha avuto un ruolo fondamentale.
Quest’anno Havana sarà sul carro del Festino che celebra Palermo bambina.

E anche se l’orgoglio di padre gioca senza dubbio un ruolo fondamentale (considerando la tempesta di emozione che scoppia nel cuore di un genitore che vede la propria figlia incarnare il simbolo di una città intera) io so di avere un grande vantaggio rispetto a tutti i miei concittadini: intuire con anticipo la magia che può sprigionare il senso di Rosalia bambina. Una magia che può essere come un richiamo, qualcosa che non si può spiegare, ma di sicuro una di quelle cose che i bambini sanno carpire meglio di chiunque altro.

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