GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

Dopo sette giorni è tempo di bilanci(a). In questi giorni ho avuto più volte la tentazione di

mettere i piedi sopra il piatto. Non quello delle verdure, si capisce. Insomma, ho aspettato questi sette giorni per pesarmi, traguardo che all’inizio, onestamente, non credevo di raggiungere. E invece… eccomi qua. Stamattina, quando sul display della bilancia è uscito quel numero, sono rimasto estremamente colpito, ma andiamo con ordine. Venerdì sera, ho cenato in un ristorante – che come anticipato nello scorso articolo, ritengo più elegante non citare, giusto per evitare la presenza di pseudospazi pubblicitari (Seven Restaurant). Trasformare un momento di coccole, come una cena fuori con amici, in una cena vegana, ha fatto barcollare tutti i miei buoni propositi. Lo ammetto, la tentazione di mollare tutto è stata forte anche ‘sta volta. Fortissima. Alla fine, però, ho scelto tra i piatti vegani presenti nel menù e devo dire di essere rimasto sorpreso. Il locale chiccòso mi ha un po’ inibito nel momento in cui avrei voluto scattare una foto al tortino di verdure che ho preso come antipasto. Quando è arrivato il secondo, invece, me ne sono fregato, ho preso il telefono e ho scattato questa foto.

La sorpresa, vi dicevo, è stata quella dei sapori così stuzzicanti, capaci di soddisfare il palato di un carnivoro come me. Il tortino di quinoa con polpette di ceci e melanzane (nella foto) più di ogni altra cosa. Piccolo particolare: per la serata ho deciso di concedermi la libertà di accompagnare il pasto con qualche bicchiere di vino bianco. Iniziando a bere prima che arrivasse il cibo, quindi non lo so se l’euforia dell’alcol e la buona compagnia hanno condizionato positivamente le mie papille gustative; fatto sta che ho gradito tanto tanto.

Ultimamente sto facendo mio il concetto arcinoto che la regola fondamentale per mantenere uno stile di alimentazione sano è fare una buona colazione – pasto che nella vita ho quasi sempre ignorato. L’appuntamento con una banana e la frutta secca, da una settimana, mi regala una immensa soddisfazione. Gola e pancia sono sazi al punto giusto e fino a pranzo mi sento a posto.

Sabato, durante la pausa pranzo dal corso di scrittura della scuola Holden, passeggiavo lungo via Maqueda, in centro, rassegnato al digiuno. Tra una pizzeria, una friggitoria, una tramezzineria e una panificio non riuscivo a capire dove caspita avrei potuto reperire qualcosa che facesse al caso mio. Un’altra banana, una frutta o, che ne so, un pomodoro mi avrebbero messo una malinconia infinita. Non ho mai amato né frutta, né verdura. E niente, a un certo punto ho visto uno di quei posti in cui fanno cucina etnica, soprattutto Kebab. Non so se avete presente quei bugigattoli illuminati a neon, con le insegne sgargianti che raffigurano immagini di piatti pieni di oggetti misteriosi, molti dei quali fritti, accompagnate da scritte incomprensibili che a pronunciarle rischi di slogarti la lingua. Mi sono fermato per dare un’occhiata dentro, giusto per curiosità, mica pensavo di mangiare lì. Ho notato che il bancone era diviso in due parti e tra gli oggetti misteriosi, sparsi un po’ qua e un po là, in una parte di quella vetrina, c’erano esposti degli intrugli ingialliti dal curry che sembrano verdure. Solo verdure. A quel punto, sono entrato. Dietro il bancone c’era un uomo, credo che fosse un bengalese, stava seduto su una sedia con le spalle poggiate al muro. Ho dato un’occhiata veloce e ho capito subito che non doveva essere la pulizia il punto di forza di questa attività. Anche se a onor del vero non si poteva nemmeno dire che l’ambiente fosse sporco. C’era un tavolo, anch’esso poggiato al muro, con delle sedie di plastica, tutto era talmente vecchio che forse era questo che mi dava la sensazione di sporcizia. Infatti, guardando con attenzione la superficie in vetro del tavolo e della vetrina, mi sono reso conto che non c’erano macchie o schizzi, e che qualcuno, di sicuro, aveva strofinato per bene da poco.

Il tizio si è alzato e mi ha guardato, e anche io l’ho guardato. Siamo rimasti così,in silenzio, anche perché non sapevo che dirgli. Dopo un poco, comunque, abbiamo parlato. E come se abbiamo parlato. L’uomo era di una gentilezza indescrivibile, mi ha descritto la maggior parte delle cose che avevo davanti agli occhi. E dalla nostra conversazione è nato questo piatto, assemblato al momento con le cose che c’erano in vetrina: riso, cipolla, zucchine, patate e ceci nero. E curry. Tantissimo curry e peperoncino.

Il sapore era davvero appetitoso, anche se la bocca mi stava andando a fuoco.

Una cosa mi lasciava perplesso: una frittella a margine del piatto.

– Cosa è?

– Frittella di lenticchie.

– E proviamo pure questa – penso.

L’ho addentata e ho pensato che era talmente buona che se non fosse stata fritta potevo restare vegano per tutta la vita e nutrirmi solo di queste.

Prima di finire, mi sono accorto che aggrovigliato a uno dei ceci neri c’era un pelo e siccome, per forza di cose, i peli non fanno parte della cucina vegana ho deciso che ero a posto così, a parte che stavo per scoppiare. Prima di andare via ho pagato il conto: € 4.00, pelo incluso.

L’uomo, dopo avermi dato il resto, ha preso un tovagliolo, mi ha passato un’altra frittella di lenticchie in omaggio e mi ha sorriso.

Eravamo in strada e passeggiavamo insieme, la frittella e io. Prima di addentarla, però, ho controllato per bene che fosse priva di qualsiasi intruso. 100 % vegana, insomma.

Poi l’ho addentata e ho pensato che questo posto diventerà un punto di riferimento durante tutto il mio periodo vegano, anche perché una volta scoperta una simile delizia, in un momento simile, e con 23 giorni da vegano davanti, non è che possa stare a guardare il pelo nel cece.

E la bilancia? Si chiederanno i più attenti fra voi. Sono passato da 91.6 a 88.6 kg. Tre chili in sette giorni. Si è illuminato anche il led verde che indica la perdita di massa grassa.

Almeno, se qualcuno continuerà a dirmi che sono più sgonfio, so che non mi sta prendendo per il culo.

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