GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.


Trenta giorni da vegano – Primo giorno
A pensarci bene è una cosa assurda: trenta giorni, in fondo, sono un periodo brevissimo se paragonati all’arco di una vita intera, eppure

il pensiero di non poter toccare nessuno dei cibi che amo, mi provoca un senso di forte disagio.

E ancora dobbiamo iniziare – penso appena sveglio.
Compagna di questo viaggio nella dieta vegana, sarà la mia nuova bilancia intelligente. Dei sensori metallici, a contatto con la pianta del piede, misurano la massa corporea, la quantità di grasso e, ogni volta, di pesata in pesata, la bilancia intelligente sarà in grado di riconoscermi e farmi sapere come sto procedendo.
Un simpatico led mi dirà se sto andando bene o male. Verde se perdo grasso o aumento la massa muscolare, rosso se succede il contrario. Se tutto resta stabile, luce arancione. Considerando che dobbiamo conoscerci, questa mattina la bilancia si limita a constatare che peso la bellezza di 91.6 Kg e che la mia massa grassa ammonta a 24.6 kg. Mi guardo allo specchio disprezzando l’immagine riflessa di quel tizio in mutande che ho di fronte, e mi domando se riuscirò ancora una volta nell’impresa di tornare ad abitare in un corpo che mi piace. Di guidare l’auto e non sentire più, a contatto con i gomiti, i morbidissimi e tondi supporti gommosi che ho sui fianchi. Se riuscirò a entrare ancora dentro quel paio di jeans che considero sinonimo di giovinezza.
Sia chiaro, non ho nulla contro le persone grasse, e non c’è bisogno di me per capire che l’indice di massa grassa non ha nulla a che fare con quello della felicità. Si può essere grassi e felici. Si può essere grassi e affascinanti, piacere agli altri e a se stessi. Il problema, qua, è mio. Io non mi piaccio grasso. Stare in sovrappeso mi crea un forte disagio, perché avverto più facilmente la fatica. Perché per allacciarmi le scarpe piego tanto il ginocchio che, a volte, rischio di fare uscire fuori sede la rotula. Perché sento di non aver più il controllo di me e del tempo che passa.
Fortunatamente, sono ancora sazio, di sicuro per la cena esagerata della giorno prima. Talmente sazio che salto la colazione e vado a lavoro senza portare niente con me. Una mela, un’arancia, un pomodoro, una carota. Niente. Prendo soltanto loro, una cosa a cui non posso rinunciare: quelle disgustose e puzzolenti lattine a base di taurina e caffeina, ovviamente senza zucchero. L’occhio mi cade sulla tabella dei valori nutrizionali e con mia grande sorpresa scopro che basta una sola di queste lattine per ricoprire la metà del fabbisogno giornaliero di vitamina B12, quella che scarseggia nella dieta vegana e che è fondamentale nel funzionamento del nostro corpo e del nostro cervello.
Approfitto di questa nuova avventura per adottare sane abitudini, e per questo mi impongo di bere più acqua possibile. A mezzogiorno ho fatto ufficio – bagno, andata e ritorno, un numero di volte pari a quello che solitamente faccio in due settimane di lavoro. E mannaggia a me, becco quasi sempre il mio capo. Inizio ad avere un certo languore, il mio collega di stanza tiene dentro l’armadio delle banane e delle arachidi e questo è il mio primo spuntino vegano. Il migliore che si possa avere, considerando che è a scrocco.
A ora di pranzo, l’idea di dover prendere un piatto di verdure mi deprime così tanto che valuto l’ipotesi di saltare il pasto. Poi ricordo che mesi prima, durante uno dei numerosi tentativi di tornare in forma, avevo fatto una discreta scorta di alcuni piatti già pronti, in busta. Uno di questi e ancora lì dove lo avevo posato il giorno in cui lo avevo portato con me in ufficio. Riso basmati, lenticchie e soia. Controllo la scadenza, lo apro e inizio a ingurgitare questa sbobba nauseabonda. I pezzetti di soia sembrano, per consistenza, pezzi di carne tritata andata a male.
Bere molta acqua mi aiuta durante il pomeriggio a tenere a bada la fame e una volta fuori da lavoro, faccio qualcosa che da carnivoro incallito non avrei mai nemmeno immaginato. Mi avvicino al gigantesco albero di gelsi che c’è al posteggio. Quelli più maturi sono dolci come caramelle e dopo un po’ mi fanno compagnia altre due persone. Tutti e tre mangiamo un gelso dopo l’altro come fossero pop corn.

Mi sembra di essere tornato bambino – dice uno – quando mangiavo la frutta dagli alberi, nella campagna vicino casa dei miei .

Devi sentire che sono buoni la mattina. Freschi, saporiti… – dice l’altra.
Per un quarto d’ora non siamo più tre colleghi. Giochiamo con i rami per riuscire a prendere i frutti più grossi e più maturi. Ridiamo davanti a questo albero e alla gioia elementare di strappare un sapore direttamente dal ramo. Un gesto semplice e istintivo che racchiude una nostra storia più antica. Per un quarto d’ora siamo tre ragazzini, forse siamo tre amici.
Mangio con ingordigia, e ormai non faccio più nemmeno caso alla polvere depositata su quel minuscolo grappolo di palline, anzi è tanta la foga che ci manca poco che insieme al gelso metto in bocca un ragno con tutta la sua ragnatela.
Alla fine quando lo stomaco mi dà i primi segnali che è il caso di smettere, mi fermo. Uno dei miei compagni mi offre un fazzolettino. Ci salutiamo dandoci appuntamento per colazione domattina, e in auto, mentre guido, penso che è proprio una strana coincidenza che, nel primo giorno di questo cammino, tra le tante cose che mi potevano capitare, sto compiendo lo stesso gesto che più volte ho fatto durante un altro cammino, quello di Santiago. Allora erano more tra i rovi, perlopiù, oggi sono gelsi. In un caso e nell’altro, sono pretesti per imprigionare tra le pagine qualcosa che riguarda me che scrivo e voi che leggete.

Una risposta a "Gelsi e more (Un mese da vegano 1° giorno)"

  1. Alessia ha detto:

    Il racconto della fame è stupendo. Se mangi come scrivi, in trenta giorni, di profilo sembrerai una spada.
    Ci vediamo all’albero di gelsi.
    Mi è mancato molto questa settimana.

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