GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

Ci sono tantissimi Gianluca come quello che provo a raccontare tra queste righe. Quando ne incontro uno mi rimane in testa per giorni, e prima che torni a essere uno dei tanti Gianluca come gli altri provo a raccontarlo, perché non credo di poter fare altro che questo: scrivere…

Qualche giorno fa, Alessandra e io abbiamo improvvisato un’escursione in un paesino a pochi passi da Palermo, così, all’ultimo minuto. Un posto bello, ma, purtroppamente, abbandonato a se stesso. Ce ne stavamo seduti su una panchina, tra gli scivoli, le altalene, l’erba e la spazzatura, mentre i bambini giocavano divisi: i maschi con i maschi e le femmine con le femmine. Regola stabilita ultimamente dalle femmine, neanche a dirlo. Questo significa che Irene e Havana giocano, e Moreno, come sempre, rimane solo, alla ricerca di una compagnia
– Sei mio amico? – questa è la frase che usa sempre Moreno per trovare qualcuno con cui poter giocare.
Sempre questa stessa domanda. Ferma il primo bimbo che lo ispira e gli chiede – Sei mio amico?
Quasi sempre i bambini restano con un’espressione disorientata, come se qualcosa non gli tornasse. Esitano a rispondere, e Moreno insiste – Sei mio amico?
E alla fine, quasi tutti rispondono – Sì.
– Allora siamo diventati amici? – Moreno, quindi, passa alla seconda domanda.
– Sì – ripete il bambino di turno, e a quel punto anche si inizia a giocare. È un rito, ormai. Un rito che Moreno ripete quasi ossessivamente.
Tra i bambini, l’altro giorno, c’era Gianluca, anche se in effetti Gianluca non è più un bambino. E lo si capisce subito perché in mezzo a tutti quei nanetti era l’unico spilungone. Stava fermo accanto le scale dello scivolo e guardava gli altri. Nel frattempo, io guardavo lui: indossava un pantalone di tuta scolorito pieno di pallini e pelucchi e una maglietta grigia con la scritta di un esercizio commerciale del paese. Sulle mani avevi diversi taglietti e di tanto in tanto i suoi occhi si spegnevano, come fa lo schermo del televisore quando perde il segnale. Restava spento per qualche secondo e poi ritornava.
– Sei mio amico? – ha detto Moreno.
– Gnì – ha risposto Gianluca.
Questa volta è stato Moreno a restare per qualche secondo con un’espressione disorientata, c’era qualcosa non gli tornava, e invece di passare alla seconda domanda, riferendosi allo scivolo, ha chiesto – Tu sei troppo grande per fare questo, vero?
Gianluca non ha risposto.
– Va be’ – ha detto Moreno – Possiamo giocare a nascondino, o a acchiapparello. Oppure alle domande. Che io ti faccio le domande e tu mi rispondi. Va bene?
Moreno insisteva, ma gli occhi di Gianluca perdevano il segnale.
– Giochiamo a acchiapparello – ha deciso Moreno mettendosi a correre e Gianluca ha iniziato a seguirlo. Correvano: Moreno in punta di piedi, come al solito, e Gianluca a scatti disordinati, come fanno gli zombie nei film. Ridevano e correvano senza dirsi nulla. Ridevano e correvano. E così hanno continuato per quasi un’ora fermandosi di tanto in tanto, Moreno chiacchierava e Gianluca lo guardava in silenzio. Poi riprendevano a correre e quando toccava a Gianluca acchiappare Moreno lo faceva con estrema delicatezza, sfiorandolo appena. Al momento di andare via, Gianluca ci ha seguito, come se dovesse far strada con noi o come se ci volesse accompagnare.
– Ma sei solo? – ho detto.
Silenzio, nessuna risposta.
– Non c’è tua madre o tuo padre? – ho insistito preoccupato.
– Mio page è motto – ha detto lui.
Da bravo adulto ero riuscito a rovinare un momento di serenità, e imbarazzato com’ero per quella sua risposta gli ho chiesto la prima cosa che mi veniva in mente – Quanti anni hai?
– Nolloso – ha detto. E subito dopo, come se volesse rispondere alla mia domanda ha aggiunto – Vado alla scuola qua – puntando il dito verso un punto della piazza.
Noi camminavamo e lui appresso. Avevo sbagliato due domande su due e per riprendermi ho provato ad andare sul sicuro – Lo vuoi un gelato?
Gianluca ha scosso la testa, quasi disturbato. Come se gli avessi proposto una cosa pericolosissima.
– Forse gli hanno insegnato a non accettare niente dagli estranei – mi ha sussurrato Alessandra.
– Può essere – ho detto io.
In piazza c’erano alcune bancarelle, vendevano un po’ di tutto.
– Se vuoi qualcosa dimmelo che te la compro – gli ho detto piano senza farmi sentire dai bambini, altrimenti ero fottuto, Volevo fare l’unica cosa che mi era possibile: un regalino, ma Gianluca ha scosso di nuovo la testa, quasi impaurito per quella mia proposta e per questo non ho insistito più. Quando ci siamo allontanati troppo dal suo territorio si è fermato e solo allora Moreno gli ha fatto la seconda domanda. Quella che aveva saltato prima – Allora siamo diventati amici?
– Gnì – ha risposto Gianluca, e poi il suo sguardo è andato di nuovo in black out.

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