GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

Quando questa mattina sono entrato in aula, insieme ai professori, i ragazzi si sono alzati in piedi e sono rimasti impalati. Tutti quanti. Alcuni più robusti sembravano studenti delle superiori, altri, minuti minuti e con lo sguardo spaurito, sembravano presi in prestito dalla scuola elementare. Molti di loro avevano il giubbotto con la cerniera chiusa fino al collo, e qualcuno sembrava sull’orlo di scoppiare a ridere per la battuta che un compagno gli aveva appena sussurrato. Io, invece, stavo morendo di caldo e di sete, e la prima cosa che ho pensato è stata: se mi ascolteranno o meno, dipenderà solo da me.
Ho spiegato un po’ chi sono, cosa faccio per vivere e che la scrittura è una mia grande passione.
Ho detto loro che non mi trovavo lì per insegnare qualcosa, ma per fare uno scambio. Un baratto di idee: le mie in cambio delle loro. Però sono stato onesto, perché ho puntualizzato che le idee di chi è così giovane, probabilmente, valgono molto di più. Li ho anche avvisati che avrei potuto annoiarli. E solo allora ho iniziato.
Ci siamo chiesti, tutti insieme, cosa è la scrittura, e in entrambi gli incontri i ragazzi hanno concordato che è una forma d’arte. Alcuni hanno detto che è un modo per esprimere i propri pensieri e le proprie emozioni. Io, in cambio, ho detto che la scrittura è un po’ ovunque, anche dove dimentichiamo che sia: dalla pubblicità al cinema; dalle canzoni agli uffici. Un mondo talmente complesso a cui, forse, è impossibile dare una definizione, ma che si può provare a capire, piano piano, analizzandone i vari aspetti. E che uno di questi si può provare a comprendere attraverso l’idea del viaggio, come lo spiega Christopher Vogler ne Il viaggio dell’eroe.
Insomma, ce l’ho messa tutta per tenere alta la loro attenzione: tono di voce squillante, battutine qua e là, domande per coinvolgerli e tutto quello che mi veniva in mente. Quando ero sicuro di averli in pugno, ho letto alcuni passaggi da Lo Hobbit di J.R.R. Tolkien e Appunti per un naufragio di Davide Enia. Due libri che si prestavano al concetto di viaggio che volevo trasmettere.
Mentre leggevo c’era un silenzio assoluto, tenevo gli occhi sulle pagine preoccupato che si fossero addormentati e invece, alla fine, quando ho tirato su la testa ascoltavano. Tutti. Anche quei due o tre in fondo che prima, di tanto in tanto, sghignazzavano.
A quel punto è cominciata la parte più bella: tutti gli alunni avevano ricevuto la stampa di alcuni miei racconti e la cosa che più di ogni altra, oggi, mi ha riempito di emozioni è stata la mitragliata di domande dei ragazzi. Di tutti, ma soprattutto di quelli del plesso Capuana.
– Secondo lei per scrivere bisogna avere una dote?
– Cosa pensano i suoi figli delle storie che scrive su di loro? (Qui abbiamo fatto una piccola parentesi su Havana.)
– Qual è il suo libro preferito?
– Ma il libro di Davide Enia lo vendono anche nella cartoleria qui ad Aidone?
– Scrive solo cose che riguardano la sua vita?
– Genitori e figli possono essere amici?
– Lei scrive di getto?
Sarei rimasto lì per giorni, a continuare a farmi interrogare da loro. Più domande mi facevano e più ne avrei volute. Alla fine, poi, mi hanno applaudito. Un applauso che non finiva più. Interminabile come quelli che si fanno a teatro. E solo alla fine ho capito il perché: una volta finito l’incontro con me riprendevano le lezioni in classe.
Ci tengo tantissimo a scrivere che tutto il carico di emozioni che ho fatto oggi è stato possibile grazie a Facebook che mi ha fatto conoscere Tiziana Grasso, anche se la circostanza è stata la morte di Valentina Castiglia – di cui i ragazzi hanno letto il racconto. Grazie a un’insegnate e giornalista vulcanica come Marina Chiaramonte che cura la manifestazione “Mi libro coi libri”. Grazie a tutti gli insegnanti che hanno partecipato agli incontri con domande e osservazioni molto stimolanti. Infine, non in ordine di importanza, grazie agli studenti e alla dirigente scolastica Lidia Di Gangi.

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