GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

– Papà, giochiamo insieme?

Ci sono pomeriggi che piuttosto che giocare, se potessi, spaccherei pietre in una miniera sotto il sole di agosto. E allora,

in questi casi, prendo tempo.

– Dopo – rispondo – Dopo.

Solo che Havana è un osso duro e non mi molla più, Moreno, invece, prende una cosa qualunque e si mette in un angolo, bello tranquillo, a passarsi il tempo.

– Papà, ma dopo quando? Me lo avevi promesso! – dice Havana.

E a quel punto mi vengono i sensi di colpa, e inizio a pensare che fra un po’ di anni, quando cresceranno, non ne vorranno più sapere di stare con me. O almeno, non quanto adesso.

– Avanti, giochiamo – dico io.

– Allora papà, giochiamo così che tu fai il bambino e io sono la maestra. Va bene?

– Va bene – dico io mezzo rassegnato. Del resto, la sua, non è una proposta, ma una disposizione perentoria.

Insomma, più che un bambino mi metto a fare l’idiota: una cosa che mi viene piuttosto naturale.

E comprendo fin da subito che per Havana “essere la maestra” significa sgridarmi, ma soprattutto darmele di santa ragione. Mi tira certe sberle, e appena provo a lamentarmi, ne arrivavano altre come fulmini. Due, tre alla volta. A un certo punto mi sto anche per incazzare, solo che mi viene pure da ridere. Contemporaneamente.

– Papà, però tu non devi ridere! – e giù, altri schiaffoni.

Moreno armeggia sul tavolo, è assorto a fare qualcosa. Finalmente, quando Havana si stanca di picchiarmi, decide che il nostro gioco è finito.

Moreno è ancora intento nel suo lavoro. C’è un disastro di penne matite e cartacce sparpagliate ovunque, sopra e sotto il tavolo, distinguo alcuni ritagli di carta che dovrebbero essere delle sagome di pupazzetti e una gruccia completamente impiastricciata di colla.

Un intero tubetto consumato per fare non so cosa. Lo guardo negli occhi e gli domando – Ma questa è la colla che ti ho comprato ieri? Papà le cose non le compra, vero? A me le cose me le regalano?

– Sì – risponde lui. Si vede che è mortificato.

Come sì. Vedi che le cose si comprano!

– Sì che è quella che mi hai comprato ieri.

– Ma poi che cosa devi fare? Dai fammi vedere cosa devi fare.

Gli metto quella gruccia davanti, accanto a tutti i ritagli di carta, e insisto – Dai, fammi vedere cosa devi fare.

Lui rimane in silenzio e dopo un po’ dice – Non lo so.

Inizio a sistemare tutto quel macello, mentre loro urlano e si inseguono per casa come se fossero al parco. Come se qualche secondo prima avessi rimproverato un bambino fantasma, uno che non esiste nella realtà.

Durante la notte non riesco a prendere sonno. Penso a Moreno, a quei pezzi di carta e a quella gruccia piena di colla. Mi sento così in colpa che vorrei svegliarlo e abbracciarlo. Dirgli che può usare tutta le colla del mondo e impiastricciare l’intera casa, se vuole. Che può riempire di colla tutto il mondo. Ho quel suo sguardo impresso sulla coscienza e mi sento male, perché solo adesso ho capito che stava facendo la stessa cosa che avrei voluto fare io quel pomeriggio di tanti anni fa.

Anche io andavo in terza elementare, a suo tempo. Le pareti della cucina erano macchiate dal giallo pallido del neon e avevo finito di fare i compiti da un bel pezzo. Stavo seduto su una sedia a guardare la ttivvù – anche se era spenta.

Mamma diceva che ogni tanto pure la ttivvù si doveva riposare. A quell’ora si ascoltava la radio. Papà stava sulla “sdraia”, e in mano teneva un romanzo della collana Urania. Ne leggeva tantissimi e ogni volta scompariva in uno di quegli strani mondi disegnati in copertina . Leggeva anche tantissimi gialli, soprattutto i Garzanti, quelli con le tre scimmiette gialle sulla copertina nera. Leggeva ed era come se scomparisse, Mamma, invece, stirava una montagna di biancheria. Stirava ogni cosa che usciva dalla lavatrice, dagli strofinacci che usava per asciugare i piatti fino ai calzini. Quando sollevava il ferro, la piastra rovente sbuffava una nuvola bianca e si sentiva lo stesso rumore che fanno le bussole degli autobus ad ogni fermata. A volte mi chiedeva di aiutarla a piegare le lenzuola, e allora ci mettevamo uno di fronte all’altra e ci guardavamo. Io univo le punte in modo che fossero perfettamente sovrapposte e intanto la guardavo per fare tutto insieme a lei, sincronizzato al millesimo. Univo i due lembi di tessuto, poi andavamo indietro per stenderle per bene, e stavo attento a stringere bene la presa per non farmele scappare mentre lei le scuoteva. Poi avanzavamo per unirle e io saltellavo come se stessimo ballando. Radio Margherita ci faceva compagnia, ma io continuavo a morire di noia e non facevo altro che fissare il panetto di DAS sullo stipetto.

– Mamma, dai… – dicevo io per la millesima volta.

Lei lo sapevo bene a cosa mi riferivo, ma niente. Era irremovibile.

– Tuo padre non vuole. Ti serve per la scuola.

Diceva “tuo padre” per scoraggiarmi, ma in realtà neanche lei voleva.

Il DAS era una pasta modellabile, una specie di pongo, grigio e puzzolente. Ma a me quella puzza mi piaceva da morire.

Dopo il Crystal Ball, il DAS era l’oggetto dei miei desideri, ma non ero mai stato accontentato e non avevo speranze, perché papà diceva che costavano troppo, mamma che gli avrei sporcato la casa.

I miei compagni mi raccontavano che loro con il DAS avevano fatto cose incredibili: macchine, aerei, pistole, fucili. Di ogni…

Pensavo che se avessi convinto i miei a farmici giocare avrei potuto realizzare anche io qualcosa di meraviglioso, quindi insistetti fino alla fine. Fino a quando papà tornò sul pianeta Terra, chiuse il libro di Urania e aprì il cassetto delle posate. Prese un coltello e squarciò la plastica della confezione. Ce l’avevo fatta, ero felicissimo. Avevo vinto io. Obiettivo DAS raggiunto, adesso mi restava solo il Crystal Ball.

Papà scostò il centrino che c’era sul tavolo, poggiò il panetto di DAS davanti a me, proprio fra le mie mani, però prima che riuscissi a toccarlo disse: – Dai, fammi vedere cosa devi fare.

Se ne stava all’impiedi, accanto a me, guardando un po’ le mie mani e un po’ il DAS.

– Dai, fammi vedere cosa devi fare – me lo disse ancora, ma le mie mani restarono ferme e prima che lo ripetesse ancora dissi – Non lo so che cosa devo fare.

Poi tornò sulla “sdraia”, riaprì il suo libro e si mise a leggere, mentre quel panetto grigio si induriva e quella puzza cominciava a darmi la nausea.

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