GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

La prima volta che siamo partiti, i bimbi erano piccolissimi. Moreno aveva quasi tre anni e Havana uno. Passammo quella settimana di luglio in vacanza, solo noi tre. E per compensare l’ansia di dover gestire due bimbi così piccoli, portai con me una scorta di pannolini e latte, così esagerata, che al ritorno la macchina era ancora strapiena. Prima ritornare a casa eravamo in camera, loro che guardavano la televisione e io che cercavo di mettere insieme tutti i pezzi disseminati ovunque. Moreno seduto sul letto e Havana agganciata sul passeggino, anche se a volte riusciva già a sganciare da sola la cintura.
A un certo punto, con fare distratto, presi Moreno in braccio, lo spostai come se fosse uno dei tanti oggetti che avevamo intorno e lo poggiai dentro la borsa dei suoi vestitini, poi feci per chiuderla e immediatamente portai la mano sulla fronte – Ma che fa questo papà pasticcione! – dissi.
Moreno scoppiò a ridere e disse – I novo, papà. I novo.
Mi fece ripetere quella scena almeno dieci volte. E rideva sempre con la stessa gioia, fosse stato per lui saremmo andati avanti così tutto il giorno.
Havana, nel frattempo, ci guardava come per dire – Sono in mano a due pazzi – e con le ditina provava ad aprire il gancio che la teneva costretta sul passeggino.
– I novo papà – continuava a ripetere Moreno.
Gli piacque così tanto quello scherzo che arrivati in auto indicò il portabagagli: voleva che lo chiudessi anche lì. E quel gioco della valigia lo ripetemmo tantissime altre volte.
Diceva sempre “I novo, papà. Fai papà patticcione”.
Stamattina mi è venuta in mente questa storia, quindi sono andato nel camerino e quando l’ho trovata, ho chiamato Moreno gli ho detto – Siediti che ti faccio una foto accanto a questa valigia.
Lui ha sorriso e mi ha chiesto – Perché? – e io gli ho risposto – Così – poi lui è tornato a giocare e io mi sono messo a scrivere.
Ma in realtà una risposta ce l’ho, giusta o sbagliata che sia: perché davanti a certe storie, di bombe, valigie e bambini, possiamo solo emozionarci, vero, ma sempre meglio che restare indifferenti. Sempre meglio di riempire il nostro cuore di calli. E perché mi auguro che quel bimbo cresca e che un giorno, se qualcuno gli metterà sotto il naso quella stessa valigia, lui, come mio figlio, sorriderà e chiederà – Perché?

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