GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

Camminare per le strade di Brancaccio mi dà l’impressione di assistere alla replica di uno spettacolo in bilico tra riso e pianto.
C’è un vecchio seduto sopra una cassetta di plastica che

stringe in mano una bottiglia di birra e lo stigghiolaro, davanti la sua griglia nera, che riempie il cielo di nuvole bianche. Quattro bambini scavalcano una rete metallica, mentre le campane della chiesa suonano l’Ave Maria, e un uomo cammina spedito sul marciapiede lanciando uno sputo che sembra un proiettile. Una vecchia Punto, con tanto di alettone nero, sfreccia schivando la gente che attraversa la strada e con i bassi del suo stereo sconquassa l’aria a tempo di Reggaeton. Due ragazzine sculettano come pantere: una si volta a guardare indietro e l’altra commenta qualcosa nascondendo con la mano un sorriso che ha molti più anni di lei. E alla fine, come ogni giorno, qualcuno dalle case popolari spara i fuochi d’artificio.
In piazza, davanti l’ingresso di tre saracinesche, una lunghissima vetrina espone vassoi pieni di ogni ben di Dio: panelle, crocchè, melanzane fritte, rascature, arancinette, crostini, ravazzate, pizzette, sfincionelli, spiedini, anelletti al forno, cotolette, calamari e cicirello fritto. Almeno, questo è quello che riesco a distinguere da qua, tanto è lunga la vetrina. Nell’aria, la voce delle persone si mischia alla puzza di frittura.
È quasi ora di cena e siamo tutti ammassati, numerosi come se non si pagasse, mentre i quattro uomini dietro il bancone rimbalzano da un punto all’altro senza fermarsi mai.
– Metticci la Ketchup – dice il tizio che mi sta accanto.
– Nel panino con le panelle? – chiede l’uomo al bancone.
Il cliente conferma con uno scatto del capo e il banconista esegue.
Non esiste un turno, né fisico, né col bigliettino. È tutto un gioco di sguardi, di voci, di panze e di postura.
E a parte qualche Totò, nessuno si rivolge all’altro chiamandolo per nome, è un continuo vociare di “cucì” “compà” “figghiò” e “parrì”.
Tra i clienti un uomo fa il giro del bancone, allunga la mano dentro la vetrina e dopo aver acchiappato una panella bollente, la fa scomparire in bocca. Il meusaro gli dà un’occhiata, ma riporta lo sguardo verso il pentolone inclinato davanti alla sua pancia come se la cosa non lo riguardasse e con la forchetta a due punte riprende a far danzare milza e polmone in quella pozza di sugna.
In fondo alla vetrina sembra che stia per scoppiare una rissa: urlano tutti. C’è una tale confusione che non non si capisce chi ce l’abbia con chi. Tutti quelli da questa parte del bancone ci ammutoliamo, vogliamo capire cosa sta succedendo.
Un uomo mormora qualcosa al suo vicino, ma non riesco a sentire, poi il meusaro, senza scomporsi dice – Amunì.
E io non ci capisco nulla, perché adesso, proprio dove stava per scoppiare la rissa tutti iniziano a ridere, e la risata, come se fosse una ola, raggiunge il mio vicino che mi guarda e ride. E allora, rido pure io.
Un tale che sembra spuntato dal nulla mi passa accanto, indossa un cappotto di lana color nocciola lungo fino a metà gamba. Un cappotto nuovo, e tutto sommato abbastanza pulito, fatta eccezione per una grossa macchia nera sul bordo di una manica che sale su quasi fino all’avambraccio. Non sembra vecchio, il cappotto, e nemmeno l’uomo. Sono consumati. Entrambi.
I capelli bianchi e neri dell’uomo sembrano ignorare la forza di gravità e trattengono, tra un ciuffo e l’altro, delle scaglie di forfora simili a quelle che il meusaro mette sul pane. Lo osservo mentre guarda la vetrina, i suoi occhi hanno l’espressione che avrebbe chi ha appena avvistato una navicella aliena. A quel punto, l’uomo con il cappotto nocciola indica una vaschetta di alluminio piena di pennette affondate nella panna.
– Questa? – dice il meusaro.
L’uomo con il cappotto nocciola non risponde e il meusaro svuota la vaschetta in un piatto di plastica, la infila nel forno al microonde e riprende a fare il suo lavoro, mentre il forno va avanti senza fermarsi mai .
L’uomo con il cappotto nocciola si fa da parte e quando il meusaro tira fuori il piatto la panna sta friggendo.
– Ce lo vuoi il formaggio sopra? – dice il meusaro.
L’uomo con il cappotto nocciola non risponde e il meusaro spolvera il formaggio qua e là come per spegnere quel principio di incendio, quindi afferra una decina di tovaglioli a mo’ di presina e gli porge il piatto.
Nonostante il formaggio, la pasta continua a sputare fumo come una locomotiva a vapore. Un fumo denso che carezza il viso, la barba, e gli occhi elettrizzati di quell’uomo che sembrano la spia di una vita andata in corto circuito. Prima di afferrare la forchetta di plastica, ben piantata tra le pennette, l’uomo con il cappotto nocciola si fa il segno della croce e poi inizia a mangiare. Dopo un paio di forchettate, l’uomo con il cappotto nocciola si avvicina al bancone, guarda il meusaro e spinge per due volte il pollice verso la bocca.
– Tieni – dice il meusaro passandogli una bottiglietta d’acqua.
L’uomo con il cappotto nocciola finisce di svuotare il piatto e lo butta dentro al cestino. Prima di andare via si volta verso il meusaro, alza il pugno chiuso verso l’alto e come se fosse la battuta finale di uno spettacolo in bilico tra riso e pianto urla – W il musso e carcagnolo.

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