GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

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Foto di Peppe Tornetta

L’estate scorsa, in un giorno qualsiasi, il destino ha deciso di mettermi in un determinato punto e farmi incontrare una persona. Nel giro di pochi minuti ci siamo scambiati un nome, un sorriso, una birra e una sigaretta. Se si fosse concluso tutto qua, probabilmente non ci avrei pensato più, del resto era stato un incontro come tanti altri. E invece, poche ore dopo, quella stessa persona si è sdraiata sull’asfalto, tra due auto, ed è morta. Ecco, quando le cose vanno in questo modo quei minuti trascorsi insieme ti restano appiccicati addosso per sempre. E non c’è bisogno di spiegare il perché.

Nelle ultime settimane, mi è capitato di leggere sui giornali che è successo ancora: esseri umani morti per strada come animali. Ho provato a essere cinico. Più che potevo. E ho provato a costruire una realtà che funzionasse, almeno nella mia testa, giusto per ottenere una spiegazione plausibile. E allora mi sono detto che le ragioni per cui si finisce a vivere per strada sono talmente tante che niente e nessuno potrebbe evitare che ci si muoia. Mi sono detto che, per quanto sia atroce, queste cose capitano in tutte le grandi città del mondo, e quando ero certo che il mio ragionare filava, per sigillare la mia convinzione, mi son detto – Anzi, noi siamo fortunati, in molti altri paesi del mondo succede di peggio.

E mi sono convinto che è così, fino a quando ho sentito una voce che diceva -Siamo esseri umani – La voce di un uomo che avevo incontrato in una notte di tanti anni fa.

A quei tempi ero diverso, avevo tanti capelli e poca pancia. E anche Palermo era diversa. La città era stata sotto i riflettori del mondo intero per un bel po’ e i palermitani, finalmente, avevano scelto di cambiare. Purtroppo, però, la voglia di cambiamento si assopì presto, il sogno svanì e la città iniziò ad andare avanti per inerzia. Trascinata da un sentimento di rassegnazione. Di queste cose ne ero consapevole, solo che a suo tempo – ero molto giovane – mi bastò un’alzata di spalle per andare avanti. Avevo già le mie preoccupazioni. Pensavo a tenermi stretto il mio lavoretto, a pagarmi le bollette, l’affitto e le rate della mia adorata moto gialla. E soprattutto, abitavo da solo. Ma nel senso più ampio del termine, infatti, oltre a vivere da solo nel microscopico appartamento vicino la stazione centrale, abitavo da solo la mia stessa vita. Collezionavo bottiglie di vodka liscia: le svuotavo, gli infilavo una candela nel collo e poi trovavo loro un posto qualunque a casa. Quella sera bevvi più del solito e quando sentii la bocca dello stomaco riscaldarsi di felicità, capii che era arrivato il momento giusto per uscire. Accesi la moto, schiacciai il pedale del cambio verso il basso e partii. In quel preciso momento tutto era perfetto. Ne ero convinto. Ruotavo verso l’alto la manopola dell’acceleratore e mi sembrava di schizzare via, e frenavo giusto qualche metro prima di schiantarmi addosso alle auto che avevo davanti. Sentivo di avere ogni cosa sotto controllo e la potenza del motore mi provocava un’incontrollabile esaltazione. Davanti a uno dei palazzi storici del centro, due carabinieri sorvegliavano l’ingresso di un portone, uno di questi mi guardava e spingeva il palmo della mano in avanti come fa chi suona animatamente il clacson. Da perfetto idiota, io, stirai a manetta e sparii. Passai quella notte come tante altre: un bicchiere qua e là, due o tre sconosciuti con cui scambiare quattro chiacchiere e cinque minuti per diventare amici con persone che l’indomani non avrei nemmeno ricordato. Quando andava bene tornavo a casa in compagnia; quella notte no. Fu per questo che rimandavo il più possibile il rientro a casa. Decisi di fare l’ultimo giro in moto prima di andare a dormire, questa volta molto lentamente, perché mi girava tutto. Anche da fermo avevo la sensazione che la strada dondolasse, da una parte e dall’altra. Non ero più convinto che tutto fosse perfetto come quando ero uscito. Il Foro Italico era pieno di ragazze nigeriane mezze nude e poco prima di arrivare al curvone della Cala mi fermai. Guidare era diventato impossibile, mi sembrava di governare una nave in tempesta e per questo abbandonai la moto sul marciapiede. Fu per miracolo se riuscii a metterla sul cavalletto senza buttarla a terra. Entrai in una specie di giardino accanto al vecchio porto della città, proprio di fronte Porta Felice e mi misi a sedere sulla prima panchina vuota che vidi. Tra i tanti pensieri che mi esplodevano in testa uno su tutti ebbe la meglio: mi sento sbagliato! Profondamente sbagliato!

E allora, cominciai a piangere. Da sopra una siepe spuntò la testa di un uomo: una palla di peli, neri e arruffati, con due occhi e un naso. L’uomo fece il giro, e solo a quel punto mi accorsi di lui. Era basso, tondo, e camminava tendendo le gambe larghe. A ogni passo faceva un movimento strano, come un piccolo saltello. Si muoveva a scatti come fanno i pupi siciliani o più verosimilmente come avrebbe fatto uno che si è appena cacato addosso. Io continuavo a piangere, non mi fregava di niente e di nessuno. Volevo stare da solo, e piangere per i fatti miei. Volevo piangere all’infinito, perché speravo di trovare, in una delle mie lacrime, la risposta al mio modo di vivere. La risposta giusta per scacciare via quella fottuta paura di perdermi.

– Ma che è successo? – disse l’uomo. La sua voce distinta tradiva quell’aspetto di orco puzzolente che aveva. Ma solo l’aspetto, perché com’è ovvio che sia, la puzza restava.  Mi guardava e io non dicevo nulla. L’unica cosa che mi usciva dalla bocca erano tanti singhiozzi. Ci mancava poco che mettevo pure la bocca a cucchiaio.

– Non pianga – disse ancora l’uomo. Ero sbalordito dalla sua impeccabile dizione e da quella voce gentile.

– Non pianga – lo ripeteva con tenerezza, dandomi del lei – Non pianga.

Ci provavo a smettere, ma non ci riuscivo, l’uomo, dunque, riprese a muoversi a scatti, fece il giro della siepe e tornò immediatamente con le mani occupate: in una teneva una bottiglietta d’acqua piena a metà e nell’altra qualcosa che aveva l’aspetto di un tovagliolo. Cominciò a passarmi quel pezzo di carta intorno agli occhi, a tamponarli con la stessa delicatezza che avrebbe un chirurgo che medica una brutta ferita.

La prima cosa che pensai fu – Se sono fortunato, me la cavo solo con una congiuntivite! – ma restai zitto.

Finito con gli occhi mi carezzò il viso, una sola volta, e lo disse ancora – Avanti, non pianga – e smisi di piangere. Gli occhi, però, come farebbe un qualsiasi rubinetto appena chiuso, persero altre due o tre gocce.

– Tenga beva un po’ d’acqua. Tenga – disse.

Il lampione sopra le nostre teste mise a fuoco la sua mano. Era piena di chiazze scure, con le dita gonfie e dieci croste nere al posto delle unghie. Se avessi avuto più coraggio avrei fatto un bel sorso, tanto per dimostrargli la mia gratitudine, ma non ne fui capace. Mi alzai in piedi, e con la voce di chi è raffreddato morto dissi – No, grazie. Mi sa che per stasera ho bevuto abbastanza.

L’uomo mi guardò e rispose – Non si preoccupi, siamo esseri umani – quindi tornò dietro la siepe, si distese per terra e si addormentò.

Come un animale.

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