GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

Me ne stavo col culo poggiato sul bagagliaio dell’auto, in uno di quei momenti vuoti che solo una sigaretta sa riempire di significato. Poggiai la mano sul fianco e dopo aver tastato la forma rettangolare del pacchetto, ho aperto la tasca del giubbotto e l’ho tirato fuori. Sul fronte c’era stampato un pezzo di polmone – nero come se fosse stato inzuppato nel catrame. Fissavo quell’immagine come se si trovasse lì per caso, ignorando qualsiasi legame tra il contenuto e il contenitore, poi sfilai una sigaretta e la posai con delicatezza tra le labbra e clic: fuoco e fumo.

La prima boccata la sputai subito, facevo sempre così. La prima e l’ultima erano le più disgustose. Sì perché, in effetti, fumare non mi è mai piaciuto tanto. Anzi, se devo dirla tutta, fumare mi fa quasi schifo. Se di tanto in tanto lo facevo è solo perché consideravo il fumo una specie di rito. Fumare era un momento in cui ridurre un’incazzatura; la migliore compagnia per un bicchiere di vino; un momento di complicità con chi ti sta accanto; sospiri lenti e profondi che misuravano un tempo tutto mio. Il tempo di una sigaretta, infatti, era per me una zona franca, un lasso di tempo, breve, in cui potevo rimandare tutto.

Le macchine parcheggiate da una parte e dall’altra della lingua di asfalto creavano uno dei tanti corridoi nel parcheggio del centro commerciale, e io mi guardavo intorno, e soffiavo piccole nuvolette bianche che esplodevano salendo verso l’alto. Ecco: il mondo si era fermato. Sollevavo la sigaretta e la guardavo per misurare quanto tempo mi restava. Le due boccate che avevo fatto ne avevano consumato così poco che mi sembrava ancora tutta sana. Ed ero felice. Guardavo la sigaretta, pensavo a mio padre e tornai bambino.

Papà accosta la macchina, prende il portafogli e mi passa una banconota da cinquemila lire.

– Due pacchetti di MS morbide – dice – Mi raccomando, non ti confondere. MS morbide.

– Due pacchetti di MS morbide – confermo io.

– Due pacchetti di MS morbide, due pacchetti di MS morbide, due pacchetti di MS morbide – lo ripeto nella mente come se fosse un mantra, perché ho paura di confondermi.

Per farmi vedere dal tabaccaio devo mettermi in punta di piedi e appena lui si accorge di me ripeto quelle parole ad alta voce come se mi stessi liberando di un peso – Due pacchetti di MS morbide.

Osservo il bancone pieno di caramelle e chewing gum. Mi piacciono le Brooklyn, quelle al limome, perché mi rinfrescano la bocca. Anche se dura poco. E mi piacciono le Big Babol, quelle panna e fragola. Con le Big Babol mi vengono delle bolle giganti, però non scoppiano forte come le brooklyn. E poi ci sono le mie preferite: le Frizzy Pazzy. Quelle che le metti in bocca e la pizzicano tutta. Papà però non vuole, dice che queste cose fanno male ai denti.

Prima che riesca a mettere un piede fuori, il tabaccaio mi chiama – Bambino, aspetta. Ti devo dare il resto.

In macchina papà se ne accende subito una e l’aria diventa irrespirabile.

– Te lo sei fatto dare il resto? – dice.

Io tossisco un “sì” e gli passo le monete che stringo forte in mano, lui prende il portafogli e dice – Tienimela un minuto.

Afferro la sigaretta tra pollice e indice, la tengo dritta, con la punta verso l’alto e la guardo. Sono teso come se davanti al mio viso ci fosse una torcia infuocata; impaurito che possa cadermi da un momento all’altro. E se la scia di fumo prova ad accarezzarmi il viso, mi sposto, la schivo e trattengo il fiato. Come se fosse una specie di gioco. Una sfida. La afferro con la punta delle dita di tutte e due le mani e poi provo a sistemarla tra indice e medio, proprio come fa papà, ma prima che ci riesca, lui la prende, se la porta in bocca e dice – Ma chi sta cumminannu?!

Riprende a fumare e a guidare; io mi guardo le mani, tutte le dita. Una per una. So che puzzano da fare schifo, però non resisto e quasi di nascosto le avvicino al naso. Non so perché, ma non riesco a resistere. Durante il tragitto le odoro più volte, ogni volta con la stessa irresistibile curiosità. E con lo stesso inspiegabile sentimento di attrazione e disgusto.
In fondo al corridoio del parcheggio del centro commerciale spuntarono due sagome, passeggiavano come se si fossero perse. La mia sigaretta, adesso, era consumata a metà, ma mi sentivo come se avessi ancora tutta la vita davanti. Le due sagome avevano trovato una direzione da seguire: la mia. Man mano che le distanze si accorciavano mi rendevo conto che erano due ragazzi, forse due bambini. Li tenevo d’occhio, passo dopo passo e la traiettoria era senza dubbio quella, stavano camminando dritti verso di me. Uno dei due era cicciottello e indossava un piumino nero che contribuiva ad aumentare le rotondità del suo corpo; l’altro era bassino, piccolino, con una faccia da furbetto e due occhietti che brillavano di simpatia.

– Ma che vogliono? – mi chiesi quando si trovavano ormai a pochi metri.

La sigaretta ormai era quasi finita, mancavano tre tiri, forse meno.

Il cicciottello restò un po’ indietro, il furbetto, invece, si avvicinò, mi guardò dritto negli occhi e disse – Scusi, me la può dare una sigaretta?

Fece un sorrisetto, mentre lo disse, e strizzò poco poco gli occhi tradendo l’aria da bulletto che lo accompagnava fino a pochi metri prima. Era un bambino! Non sapevo esattamente quanti anni avesse, di sicuro ero piccolo.

– Una sigaretta? – risposi.

Il cicciottello restò indietro, fermo. Impalato come se volesse prendere le distanze da tutti. Dal suo amico, da me e forse anche da quella richiesta.

Il bambino furbetto fece di sì con la testa. Una calata verso il basso e mi sorrise, tenero e ruffiano. Sorrideva uguale a come fanno i miei figli, Moreno e Havana, quando desiderano qualcosa. Quando vogliono, che so, un gelato, le patatine o del cioccolato. E ogni volta che loro mi chiedono qualcosa, all’inizio faccio finta che non è possibile, ma alla fine cedo. Quasi sempre. Quando invece capita che qualcuno mi chieda una sigaretta, non me lo faccio dire due volte.

In questo caso, però, mi stavano capitando le due cose insieme. Un ragazzino che voleva fumare.

– Ma quanti anni hai? – gli chiesi.

– Quindici. Quasi sedici – disse lui.

Mi guardava in un modo che mi metteva in imbarazzo. Provavo sentimenti contrastanti. Sapevo che non potevo dargliela, che non dovevo dargliela e mi dispiaceva. Io non lo so perché, so solo che mi dispiaceva mandarlo via così. Dicendogli di no.

– Quasi sedici – ho ripetuto io – Ma come faccio a darti una sigaretta. Lo sai che potresti essere mio figlio?

– E che ci fa? – disse con un tono di sfida.

– Come e che ci fa!

– Ma mio padre vuole – disse il furbetto.

– Ma io mica sono tuo padre – dissi ridendo.

– Appunto – disse lui facendo il verso alla mia risata.

Avrei voluto dirgli qualcosa di illuminante, trovare le parole giuste per lasciargli qualcosa su cui riflettere. Fargli capire che se il fumo è una merda perfino per gli adulti, lui avrebbe dovuto evitarlo come la peste. Fargli capire che quello che mi stava chiedendo era una cosa sbagliata, ma più di ogni altra cosa, in verità, avrei voluto spiegargli che quello che mi stava chiedendo mi faceva sentire a disagio, perché con quella sua richiesta mi stava ricordando che io non ero più un ragazzino come lui. Perché in fondo era soltanto questo il motivo per cui non potevo dargliela quella maledetta sigaretta.

Senza farci caso presi quella che tenevo tra le dita la portai alla bocca, feci una bella boccata e poi sbuffai – Il fumo fa male.

Questa era la cosa illuminante che aveva partorito la mia mente.

– Avanti, diglielo – disse il cicciottello – Digli la verità.

– E va bene – confessò il furbetto – Ho tredici anni!

– Tredici anni – dissi io.

– Sì – ammise lui.

– Mi spiace, non te la posso dare! – risposi. Lo dissi con un tono irremovibile, poi guardai il mozzicone fumante e lo lasciai cadere per terra.

Il cicciottello, che continuava a stare fermo alle spalle al suo amico, disse – Ma lei è il posteggiatore?

– No – risposi.

– Siccome l’abbiamo vista fermo qua pensavamo che… Va be’… Andiamo – concluse il cicciottello guardando il suo amico.

I due mi salutarono e ripresero a passeggiare per il parcheggio, mentre io, in auto, mi muovevo verso l’uscita. Guidavo senza riuscire a distogliere lo sguardo da loro. Erano tornati a essere due sagome che passeggiavano come se si fossero perse. Più mi spostavo e più diventavano piccoli, fino a quando scomparvero. Guidavo senza riuscire a togliermi dalla testa quei due tipetti ed ebbi un lampo di genio, quindi mi fermai per qualche istante, poi feci inversione e tornai indietro a cercarli. E li trovai subito. Scesi dall’auto e questa volta erano loro che mi guardavano come per dire – Ma che vuole questo?

Poggiai la mano sul fianco e dopo aver tastato la forma rettangolare del pacchetto, ho aperto la tasca del giubbotto e l’ho tirato fuori.

Andai incontro al furbetto e quando mi trovai di fronte a lui gli dissi – Tieni.

Il furbetto restò fermo e il cicciottello sempre a debita distanza.

– No, non si preoccupi – disse il furbetto – Non c’è bisogno.

– Tieni, te lo puoi prendere – dissi con tono rassicurante porgendogli il pacchetto.

– Grazie – disse il furbetto, intanto il cicciottello mi guardava strano.

– Però – aggiunsi- l’accendino te lo devi trovare tu – Io ti sto dando le sigarette, ma la responsabilità di accenderle, e di volerti fare del male, è solo tua.

– Va bene – disse il furbetto accettando la sfida. Finalmente mi guardava come se fossi diventato il suo migliore amico.

-Mi devi promettere solo una cosa: che prima di accenderti la prima ci penserai almeno un po’.

Disse di sì, il furbetto, ma ero certo che stava solo aspettando che mi levassi dalle palle, quindi tornai in macchina e me ne andai. Ogni tanto, mentre guidavo, avvicinavo le dita al naso per sniffare quell’insopportabile fetore stantio di tabacco. E tra una sniffata e l’altra ridevo. Ridevo sempre più forte, quasi con le lacrime, pensando alla faccia che avrebbero fatto quei due ragazzini, quando aprendo il pacchetto avrebbero trovato le sigarette di cioccolato dei miei due figli.

foto di Peppe Tornetta

6 risposte a "Sigarette"

  1. Marcos Pacoli ha detto:

    hahaha Gostei muito. Parabens querido amigo.

    Piace a 1 persona

    1. Gaspare Scimò ha detto:

      Marcos, meu amigo do coraçao

      Mi piace

  2. Frank ha detto:

    Fratello sei micidiale! E con questo capitolo cominci una nuova avventura che sicuramente ti darà soddisfazioni… in bocca al lupo 😉

    Piace a 1 persona

  3. Antonia ha detto:

    Bel finale!!!! Mi stavi diventando quasi antipatico! 😉

    Piace a 1 persona

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