GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

Venerdì scorso, 29 dicembre, poco prima di uscire da lavoro, ho avuto un lampo di genio. Uno dei miei, uno di quelli che sembrano avere il solo e unico scopo di mettere alla prova la pazienza e l’amore di Alessandra. Sì perché, l’ho chiamata e senza girarci intorno le ho detto – Ale, ma che dici se ce ne andiamo a Roma?
Dopo qualche istante di silenzio assoluto , dalla cornetta Alessandra diceva – Ma avete fatto il brindisi di auguri a lavoro, vero?
– Sì, ma che c’entra il brindisi a lavoro?
– Ma tu dimmi: quanto hai bevuto?
– Avanti dai, che ne dici che esco da lavoro ti passo a prendere e andiamo.
Di nuovo silenzio e poi, di nuovo la sua voce – Pensiamoci – diceva – quando torni a casa, ne parliamo.
Ci ho pensato ed effettivamente più ci pensavo e più mi rendevo conto che aveva ragione lei, intendo dire che era vero, rispetto ai miei colleghi avevo brindato una paio di volte in più, credo.
E quindi, una volta a casa, proprio quando ero pronto a dirle che stavo scherzando, che lo sapevo bene che non è normale pianificare una passeggiata di quasi mille chilometri da un momento all’altro, ho visto Alessandra rimbalzare da una camera all’altra di casa dicendo – Le borse sono pronte, devi decidere solo i vestiti che ti vuoi portare. Li ho messi sul letto.
Vederla così sicura di sé, intenta a sistemare tutto per la nostra imminente partenza, mi metteva in crisi. Tutto a un tratto ero certo di avere avuto una pessima idea, ma ero troppo imbarazzato per dirglielo, quindi lo tenni per me. Tre ore dopo stavamo traghettando da Messina verso Villa San Giovanni e avevamo già prenotato un bungalow in un camping sulla Via Aurelia.
– Riposati Ale – dicevo io mentre guidavo.
– No, no. Voglio farti compagnia mentre guidi – diceva queste parole con una tenerezza infinita, carezzandomi la mano poggiata sul cambio. Ancora prima dell’uscita di Scilla, però, ronfava di brutto. Ma proprio senza ritegno, con tanto di bocca aperta e risucchio nasale. Fuori c’era un vento terribile, mi sembrava di essere su una barchetta e il quadro dei comandi segnava -2 gradi. Ogni tanto il sonno si faceva sentire, ma avevo una scorta di Red Bull a supportarmi.
Lo stereo dell’auto leggeva un romanzo che avevo scaricato e così, capitolo dopo capitolo, chilometro dopo chilometro, siamo arrivati.
Dopo aver riposato, smaltita la fatica del viaggio, mi sembrava di trovarmi a Roma quasi per magia. Come se non fossi stato io a guidare. Come se arrivare fino a lì, tutto sommato, non fosse stato molto più impegnativo di fare una gita fuori porta. Le strade di Roma mi sembravano gli studi di una puntata speciale di “Tu si que vales”. Ovunque c’erano artisti di strada che si esibivano, e alcuni erano davvero prodigiosi. I monumenti, sì, bellissimi, ma che ve lo dico a fare… Ancor più dei monumenti, ciò che mi ha sbalordito, più di ogni altra cosa in assoluto, è stata una vetrina in via del Babuino. C’era esposto un completo per uomo, nero. La giacca aveva, ricamate sul colletto, delle decorazioni in stile orientale dai colori sgargianti e il cartellino, ai piedi dell’abito, ne rivelava il prezzo: 3.800 €. (solo per la giacca).
Non è tanto per il prezzo, che ci può stare – anche se è diffcile di questi tempi da mandare giù – più che altro è che non riuscivo a immaginarmi un essere umano capace di indossare quel capo. Uno capace di un tale coraggio.
Ogni passo, ogni sguardo, ogni cosa ci regalava lo stesso entusiasmo che provoca un regalo inaspettato. Camminavamo tra quelle strade pieni di luci e di persone, carichi di gioia. Consapevoli di godere, in quel preciso istante, di un lusso che nessun portafogli può comprare: quello della spensieratezza.
La scelta di Roma non è stata casuale. Ho scelto di andare proprio là per incontrare Andrea Rivera, un artista che stimo tantissimo. Un artista e un uomo che ammiro per la sua intelligenza, il suo coraggio e la sua coerenza. Per conoscerlo e scambiare quattro chiacchiere con lui, ci sarei andato pure a piedi a Roma. E se ve lo dice uno che a piedi è andato fino a Santiago, ci potete credere. Grazie a lui, io e Alessandra abbiamo iniziato questo 2018 sulle note del suo teatro canzone. Insomma meglio di così, l’anno, non poteva finire e non poteva iniziare. Per questo motivo, la prima cosa che voglio scrivere qui su Facebook sono le parole che ha detto Andrea Rivera alla fine del suo spettacolo, parole che nascondono, in un’ingannevole ovvietà, il grido più o meno strozzato che esiste dentro ognuno di noi: BUON ANNO DI VITA VERA E NON DI SOPRAVVIVENZA.

Gaspare e Andrea Rivera

P.S. Certo che a guardare le foto, adesso, ci sto restando un po’ male: con Alessandra, era bello sorridente, con me, invece, tutto serio. E poi, tutti ‘sti abbracci, mica ci avevo fatto caso al momento…

gas++

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