GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

Svegliarsi molto presto è una cosa a cui non ci si può mai abituare. Credo che qualsiasi cosa si faccia nella vita, una persona normale, potendo, preferirebbe stare a ronfare fino a tardi. Fino alle otto, come minimo. Penso proprio a questo stamattina, quando alle 5.50 accendo il lumetto sullo scaffale della libreria, nella cameretta dei bambini. La luce calda e delicata mi restituisce l’immagine di due fagottini beatamente raggomitolati sotto i piumoni. Moreno immobile come se si fosse appena addormentato, Havana, invece, strizza piano piano gli occhi per respingere tutto quel chiarore che improvvisamente le si è appiccicato sulle palpebre. Ogni volta ho sempre la stessa tentazione, quella di baciarli, spegnere la luce e tornarmene anche io a dormire. Magari insieme a uno di loro, come se fossi un loro fratellino. Un loro complice. E ogni volta però li sveglio. Inizialmente con dolcezza, una dolcezza di suoni e di parole.
– Cucciolottiiii – sussurro. Dopo tre minuti di “cucciolotti”, sussurrato in un invano crescendo, il dolce papà si trasforma in uno schizzato sergente dei Marines che urla – Giù dal letto, maledizione! Sbrigatevi! Avete dieci secondi. Dieci secondi, cazzo.
Passano altri cinque minuti e sono ancora immobili, proprio come si trovavano quando ho acceso la luce. A questo punto, di solito, alterno le implorazioni alle minacce, più volte, shakerandoli di qua e di là con tutte e due le mani. Solo alla fine, quando probabilmente gli faccio pena, aprono gli occhi e mi salutano così – Uffa papà.
– Buongiorno anche a voi! – rispondo io.
Questa mattina, però, è stato tutto diverso, dopo aver acceso la luce e ho detto – Dai bambini, svegliatevi, che oggi c’è la recita a scuola.
Loro hanno fatto finta di niente, come al solito, e io me ne sono andato nel soggiorno dicendo- Va bene, se volete dormire peggio per voi.
Dopo due secondi Havana è già in bagno e Moreno davanti a me, con gli occhi chiusi, dice – Papà, oggi che giorno è?
– Martedì.
– Ma io la recita ce l’ho mercoledì.
– Lo so. Oggi guardiamo quella di Havana e domani la tua.
Si muovono lentamente, come due vecchietti con il corpo martoriato da mille acciacchi.
– Papà, ci vesti tu? – dicono in coro.
Havana si è messa la maglietta al contrario; Moreno cerca la targhetta dei pantaloni ed è concentrato come quando deve fare le divisioni con la proprietà invariantiva.
– Dai, vi vesto io.
Durante la cerimonia di vestizione, i pargoli mi negano qualsiasi forma di collaborazioni: tengono braccia, gambe e busto a peso morto.
– Havana – dice Moreno – sei contenta che oggi hai la recita a scuola?
– Sì – dice Havana con sufficienza, fingendo che la cosa non le importi più di tanto.
– Lo sai papà – aggiunge dopo un po’ – oggi, dopo la recita, ci danno anche dei regalini.
– Che bello, sono contento – dico io.
– Regalini… – ripete con totale indifferenza – Sono dei pupazzini, diciamo, ma t’immagini: dei pupazzini! Roba da neonati.
– Havana, non fare l’antipatica, ti sei appena svegliata.
– Me lo regali a me il pupazzino? – dice Moreno.
– Non te lo posso dare, perché è un regalo. E poi di sicuro è un pupazzino da femmina.
In macchina Moreno si appisola, Havana invece ha l’espressione di chi si sta sforzando per venire a capo a un dilemma. Io la ignoro e dopo un po’ dice – Lo sai papà, finalmente mi hanno messo a primo banco.
– Vero? E come ci sei riuscita?
– Ce l’ho fatta grazie alla mia assistente.
– La tua assistente? E chi sarebbe?
– La maestra – dice lei come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
– Aspetta, vedi che ti stai confondendo – dico – al massimo sei tu la sua assistente. E non al contrario.
– Papà, ma che dici. Io ormai sono capoclasse. Te lo sei dimenticato? E quindi, se sono capoclasse, la maestra è una mia assistente.
– Sì figlia mia, sogna…
Havana continua ad insistere sul fatto che la classe sia coordinata da lei in tutto e per tutto. Lo fa con una tale sicurezza che in un primo momento mi fa tenerezza e che dopo un po’, invece, mi preoccupa. Ovviamente, oltre a spiegarle che quello che sostiene è a dir poco assurdo, mi permetto di farle notare che così continuando rischia di rendersi antipatica, sia tra i compagni che con la maestra. Le faccio un lungo e pallosissimo sermone e alla fine dice – Comunque, ormai io e la maestra siamo amiche, questo è sicuro, e quindi, se siamo amiche, lei può essere la mia assistente.
– Havana, ma se è da maschio il pupazzino, me lo regali? – dice Moreno che nel frattempo si è svegliato. E finalmente siamo arrivati a scuola.
La classe è piena di genitori, Havana entra spavalda e avanza tra la folla come se tutto intorno a lei ci fosse il deserto. Sicura di sé, trionfante. Mi sembra di rivedere in lei il mio capoufficio, quando la mattina procede lungo il corridoio ed entra nella sua stanza.
Dopo aver distribuito qualche pacca sulle spalle ad alcuni bambini, ne abbraccia altri. Sono contento perché alla fine sembra ben integrata. Poi, si gira vero di me, indica un bambino con tanto di dito, e sulle sue labbra leggo – Guarda che è duci.Sembra un bambolotto.
I bambini indossano tutti un cappellino rosso di Natale e a poco a poco si dispongono su tre file. Havana, in tutto quel trambusto di bambini che urlano, di maestre che urlano e di genitori che urlano, mi fa cenno di avvicinarmi. Le dico di aspettare, ma si mette le mani a paletta, ai lati della bocca, e urla – Vieni Papà.
Mi avvicino, imbarazzato di occupare quello spazio riservato ai bambini, lei mi guarda e indica tutti i suoi compagni.
– Guarda papà, li hai visti? Sono duci, ma sono tutti piccoli. Dei nanetti.
– Havana sono tali e quali a te. Nanetti, duci e piccoli come te.
– Papà, ma che dici – sembra quasi sul punto di piangere e il bello è che non so se finga o sia seria, quindi dico – Havana, scusa, ma perché tu che cosa saresti?
Mi guarda, seria come non l’avevo mai vista, e dice: Papà, io sono una ragazza.
Non dico nulla, mi giro e torno nell’angolo, tra i genitori. E sono felice. Felicissimo. Perché per un attimo avevo temuto che potesse dirmi: Papà, io sono una donna.

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