GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

Ogni volta che papà me lo chiedeva sembrava che avessi la possibilità di scegliere, ma la sua non era una proposta – Gaspare, ti va di uscire?
A me non andava per niente, volevo restare a casa a guardare i cartoni o a giocare, e ci provavo a rispondergli di no, ma lui diceva – Avanti, fammi compagnia.
Parole, le sue, che non avevano il suono di un ordine, ma nemmeno quello di un invito. In realtà, non so spiegarlo, forse quello era il modo più gentile che conosceva per chiedermi di stare insieme. Per dirmi che dovevamo passare del tempo io e lui. Da soli.
Quindi mettevo le scarpe, il giubbotto e lo seguivo.
– Dove andiamo papà?  – la risposta la conoscevo, ma ci provavo lo stesso e lui mi rispondeva – Dove ci porta la macchina.
La macchina era una Fiat 126 turchese, e per fortuna avevamo comprato anche lo stereo: una scatola di metallo che mio padre metteva sotto l’ascella mentre si accendeva una sigaretta, giusto prima di partire.
– Papà, ma la macchina dove ci porta?
– E io che ne so – diceva lui serissimo.
Lui fumava e io sbuffavo, ma di nascosto. E a volte trattenevo il respiro per non sentire la puzza di sigarette.
Lui guidava e io guardavo fuori: mi sembrava che girassimo all’infinito, senza una meta.
– Prendiamo di qua che accorciamo – diceva lui, e imboccava una serie interminabile di vicoli.
– Prendiamo di qua, altrimenti ci tocca fare un giro bestiale – diceva.
Di tanto in tanto. iniziava a raccontarmi delle storie e allora sì che mi piaceva e cominciavo a divertirmi, perché papà non parlava e non rideva quasi mai, ma quando lo faceva mi sembrava di sognare a occhi aperti. Ridere no, quello lo faceva solo con i suoi colleghi, e raramente, però quando gli capitava si sganasciava proprio.
Con me parlava e basta. Guidava e mi raccontava pezzi della sua vita. Di suo padre, della sua infanzia, delle sue marachelle… Mi diceva che lui ne combinava di guai da piccolo e che io, in confronto, ero un bravo bambino.
– Vero papà? Io sono bravo? – gli chiedevo io.
– Sì, anche se ogni tanto pure tu…
Quando sbucavamo fuori da quel labirinto di vicoli, ci ritrovavamo in coda alla stessa colonna di traffico che avevamo lasciato poco prima e puntualmente si ricominciava.
– Prendiamo di qua che accorciamo.
Erano sempre le stesse strade, gli stessi negozi e gli stessi alberi, ma per me era tutto nuovo, come le sue storie, anche se alcune le conoscevo già. A volte giravamo così tanto che arrivavo a pensare che quei vicoli non fossero reali, che non esistessero. Pensavo che se li inventasse lui, e che in ogni caso non fossero scorciatoie come sosteneva. L’unica mia certezza erano le cose che mi raccontava. Il più delle volte mi illudevo che in quei racconti succedesse qualcosa di incredibile, anche perché le premesse c’erano tutte, ma invece non succedeva mai niente di speciale.
Erano solo i suoi ricordi, così come oggi io ho i miei.
Prima di tornare a casa passavamo da una strada e quello era l’unico posto che riconoscevo, perché papà, quando ci passavamo diceva – Questa è via delle Sedie Volanti.
– Seeee – dicevo io ridendo.
Non ci credevo che quella via si chiamasse così, non pensavo che potesse esistere una strada con un nome talmente strano, e per metterlo alla prova dicevo – E perché si chiama così?
Lui non si scomponeva, mi guardava come se non ci fosse nulla di strano in quel nome e diceva – Si chiama così.
Io non rimanevo tanto soddisfatto di quella risposta, e per questo mi convincevo che inventasse tutto per me: le scorciatoie e i vicoli, uno più stretto dell’altro, così stretti che in certi momenti la macchina ci passava per miracolo. Che avesse inventato perfino il nome di quella strada.
Questa storia andò avanti per anni, poi sono diventato grande, abbiamo smesso di uscire insieme e io ho dimenticato tutto, fino a qualche giorno fa.
Passeggiavo tra i vicoli del mercato del Capo e a un certo punto non riuscivo a capire dove mi trovavo esattamente, quindi ho alzato gli occhi per vedere il nome della strada e ho letto: Via delle sedie volanti.


Per chi non ha ascoltato la lettura del mio racconto in diretta, e ne ha voglia, la puntata è la numero 90: “L’uomo che disegnava le mappe”.

http://www.raiplayradio.it/program…/pascal/archivio/puntate/

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