GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

Quando stavo per diventare padre ci pensavo spesso a questa cosa di diventare genitore, e ogni volta avevo la sensazione di pensare a qualcun altro. Che quello che stava per succedere riguardasse un’altra persona. Non me. Uno qualunque. Uno sconosciuto. Chiunque tranne me. Più si avvicinava quel momento e più mi sentivo confuso, preoccupato, insicuro. Terrorizzato.
Un pomeriggio, che ormai mancavano pochi giorni, ero seduto alla scrivania del mio ufficio, coccolato dall’aria condizionata, mentre fuori il caldo estivo incendiava l’aria. Quel 18 agosto, fino a prima di andare via, era stata una giornata tranquilla. Poi squillò il telefono…
– Pronto.
C’era stato qualche problema, ma per fortuna i dottori dicevano che adesso era tutto a posto: Moreno era nato. Io mi trovavo dalla parte opposta della città, ma per fortuna le strade erano deserte. Stavano tutti al mare. La prima cosa che feci da neo papà fu una lunga serie di infrazioni del codice della strada e tra queste eccesso di velocità e passaggio con il semaforo rosso erano le più innocenti. Ero molto confuso e quando arrivai in ospedale sentivo che non mi fregava niente di nessuno. Avrei preferito stare lì da solo ad aspettare davanti quella porta. Senza convenevoli, senza battute del cazzo, senza saluti e senza strette di mano e baci.
Avrei voluto respirare quell’adrenalina a pieni polmoni. Da solo. Si aprì la porta e uscì un energumeno travestito da infermiera che spingeva una culla fatta di vetro e metallo, credo. La donna spingeva come se tra le mani avesse un carrello pieno di vecchie cianfrusaglie.
– Scimò – disse, e anche se me la stavo facendo sotto mi avvicinai immediatamente. Lei continuava a tirare la culla e io la seguivo, poi un’imperfezione sul pavimento fece oscillare quel corpicino: prima da una parte, poi dall’altra. E di nuovo, per un paio di volte. Alla fine l’infermiera si fermò davanti l’ascensore e non so per quanto tempo restammo lì.
Moreno teneva gli occhi strizzati e il suo labbro inferiore tremava senza fermarsi mai. C’era un caldo infernale, ma lui sembrava che stesse morendo di freddo. Lo guardavo come se lo stessi analizzando, come se dovessi fare una valutazione, non lo so. Lo guardavo ostinatamente come se dovessi scegliere se accettarlo o meno. Poi mi soffermai sul profilo della sua testa che disegnava un ovale identico a quello di una palla da rugby.
– Lo puoi toccare – disse l’infermiera e io gli sfiorai la mano. Che impressione che mi facevano le sue unghiette. Mi sembravano come disegnate sopra quella pelle grigia e sottile.
– Non ti preoccupare che adesso ci sono io – dissi.
Non mi venne niente di meglio che questa banalità. Il suo labbro continuava a tremare e io continuavo a carezzare la sua manina microscopica preoccupato per la forma della sua testa.
– Non si aggiusterà mai! – pensavo, e intanto continuavo a ripetere – Non ti preoccupare che adesso ci sono io.
Lui tremava, ma senza piangere e io non sapevo che altro fare.
Quando le porte dell’ascensore si aprirono, l’infermiera spinse la culla, così forte che le ruote, superando il dislivello tra il pavimento e la cabina, fecero un gran botto, anzi due. Prima con le ruote anteriori. BUM. E poi, ancora più forte con quelle posteriori. BUUM.
Le porte dell’ascensore si chiusero, io lo guardavo e lui continuava a tremare
– Chissà se sarò mai all’altezza della situazione – pensai.
Moreno cresce, sono passati otto anni e qualche settimana da quel giorno, e di tanto in tanto mi chiede che gli racconti questa storia. Ogni volta la cosa che gli interessa di più è vedere come imito il suo labbro inferiore che tremava forte. E risate… Oggi ho raccontato questa storia per la milionesima volta e alla fine mi ha detto – Papà, tu non ti preoccupare quando muori. Va bene?
– Che discorsi allegri Moreno. Ma da dove ti vengono?
– Perché tu sei venuto quando io sono nato e invece quando muori tu non ti preoccupare, perché io poi vengo da te e stiamo di nuovo insieme.
Me lo sono sbaciucchiato tutto, perché la cosa mi ha intenerito da morire – sarebbe il caso di dire – però tra me e me pensavo – Meno male che sto in salute!
All’ennesimo bacio, Havana ci guardava verde dalla gelosia e appena non ce l’ha fatta più ha detto – Papà, adesso racconta la storia di quando sono nata io.

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