GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

Era l’estate del 2003 e credevo di avere tutto quello che serviva per ritenersi felici: un lavoretto, un appartamento poco più grande di uno sgabuzzino (sul tetto di un palazzo in centro), un frigorifero pieno di birre e alcolici e una bella moto. Gialla. E soprattutto avevo venticinque anni, e in testa tutti i miei capelli. Frequentavo un locale in via dei Candelai, a Palermo. Sempre lo stesso. Era uno di quei locali in cui la prima volta che entri ti senti un po’ a disagio. Uno di quei posti in cui non ti accolgono con un sorriso, ma ti squadrano. E c’era un po’ di tutto in quel posto: il ragazzo africano che di giorno lavava le auto e lo studente universitario; il poliziotto e il pusher; l’imprenditore e l’impiegato. E poi c’era un’incredibile quantità di ragazze. Di ogni tipo e di ogni età. C’era la sedicenne che si atteggiava a donna vissuta e la donna vissuta che giocava a fare la ragazzina; la studentessa acqua e sapone che aveva solo voglia di ridere e ballare con le sue amiche e la studentessa in tiro che sembrava un troione, ma che poi, alla fine, anche lei aveva solo voglia di ridere e ballare. Ogni tanto veniva una tizia che a suo tempo faceva la sciampista e che quando mettevano una Salsa ballava meglio di una cubana, e a volte venivano anche delle cubane, così belle che non potevi fare a meno di non guardarle e che ballavano strette a uomini brutti brutti come la fame. Quella sera c’era una tavolata di ragazze olandesi, tutte alte e con i capelli chiari. Erano quasi tutte carine, anche se ballavano che sembravano manici di scopa. Che sia chiaro, erano davvero graziose, ma i loro movimenti non avevano la sensualità richiesta dal sound caraibico della Salsa. Sì, in quel locale suonavano quasi sempre Salsa. Insomma, erano dei manici di scopa che oscillavano in mezzo alla pista: nessun movimento di bacino, di spalle e nessun senso del tempo.
Anche quella notte, come tante altre trascorse lì, era un momento di felicità, di musica e di alcol. Qualche passo di salsa e qualche parola di inglese, mi aiutarono ad attaccare bottone con una di loro. Era una delle più alte e in testa aveva un caschetto biondo che sembrava un angelo. All’inizio parlammo del più e del meno e poi ci raccontammo le nostre vite come fai solo con uno sconosciuto che sai di non rincontrare mai più. Lei faceva la psicologa, viveva ad Amsterdam e viaggiava parecchio.
La serata stava per terminare e il volume della musica era al minimo, così come le luci; oltre noi due c’era solo un tavolo con delle persone che chiacchieravano come se ne avessero ancora per ore; quasi tutte le altre olandesi erano andate via.
Chiesi alla ragazza olandese se voleva farsi un giro in moto, ma mi rispose di no. Mi disse che la sua amica aveva bevuto troppo e che non voleva lasciarla sola. In effetti quella non si reggeva in piedi, barcollava e sembrava anche sul punto di vomitare. Oltre a bere si era pure fumata una canna.
Io, un po’ per spirito cavalleresco e un po’ perché la speranza è sempre l’ultima a morire, mi offrii di scortarle. Loro due a piedi e io in moto.
Le strade erano deserte, ma quelle due attiravano ogni automobile che passava. Le macchine rallentavano e dall’abitacolo schizzavano saluti e complimenti che per loro fortuna erano incomprensibili. Era molto imbarazzante per me, perché si fermavano proprio tutti come se non avessero mai visto una donna in vita loro. Nel centro storico di Palermo era esplosa una violenta tempesta ormonale e io la seguivo con la moto procedendo controsenso in via Roma, la strada principale della città. Facevo qualche metro sul marciapiede e quando non era possibile tornavo sull’asfalto. A un certo punto una pattuglia dei carabinieri ci fermò e dall’auto scesero due uomini: uno di mezza età e uno molto giovane. Forse anche più giovane di me.
– Buonasera – disse quello più anziano e senza aspettare che ricambiassimo il saluto ci chiese i documenti.
Spensi la moto e aspettai, loro nel frattempo controllavano.
– Mi favorisce anche il libretto e l’assicurazione ? – parlava sempre quello più anziano, il giovane stava muto.
– Minchia, multa sicuro è! – pensai.
Il carabiniere chiese alle ragazze dove alloggiavano, si informò sullo stato di salute della ragazza brilla e poi chiese a me cosa stessi facendo. Quando finii di spiegare, il carabiniere mi disse di andare.
Io lo ringraziai perché pensavo ancora di essere stato graziato da una multa salata e lui mi disse:
– Non stiamo in giro per le persone come lei – e agitando la mano di taglio aggiunse – Vada.
Pochi metri più avanti, davanti al portone dell’hotel, chiesi alla ragazza olandese se le andava di fare un giro, visto che ormai avevamo accompagnato la sua amica. E poi, come ho scritto prima, la speranza è sempre l’ultima a morire.
Lei fece ciao con la mano, ma guardava alle mie spalle. Sulla strada c’era di nuovo la stessa pattuglia dei carabinieri.
– Ciao Polizia – disse l’olandese.
Il carabiniere più anziano accennò un sorriso e disse – No Polizia. Noi siamo Carabinieri – e subito dopo l’auto partì.

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