GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

Provo a scrivere gli ultimi istanti di un’anima che si era persa. Una persona che si chiamava Valentina Castiglia, ma che ho deciso di chiamare Rosalia e che così continuerò a chiamare per sempre.
Niente sembra capitare per caso, niente. Neanche i dettagli più insignificanti della nostra vita, solo che non sempre abbiamo la possibilità di rendercene conto.
Sabato mattina era uno di quei giorni che sembra avere senso solo se metti tutta la famiglia in auto e vai al mare, e invece tutti e tre i miei bambini si erano ostinati, non ne volevano sapere.
– Papà, ti prego, non ci vogliamo andare a mare.
Quando ero piccolo io, non mi sarei mai sognato di non volere andare a mare. Non riuscivo a capire come fosse possibile che tre bambini preferissero fare qualsiasi cosa piuttosto che andare in spiaggia, e giocare, e fare il bagno. Però, ogni genitore che ha dei bimbi piccoli sa bene che una giornata al mare è più massacrante di una in miniera a spaccare pietre, e quindi ho colto la palla al balzo e ho detto – Va bene, allora vi porto a Ballarò. Come faceva mio papà con me, quando ero piccolo come voi.
Quella di andare al mercato il sabato è un’abitudine che io e Alessandra abbiamo da un po’ di settimane a questa parte. A Ballarò abbiamo riscoperto di amare ancora di più la nostra Palermo. Le sue contraddizioni, la sua decadenza, la sua vivacità, il suo fascino.
Camminavamo tutti insieme: in testa Alessandra, al centro Irene, Moreno e Havana e a seguire io, per controllare tutti.
-State attenti che lì è bagnato – dicevo io.
Non c’è stato cesto di lumache in cui non ci siamo fermati, e i bambini li osservavano manco fosse la vetrina di un negozio di giocattoli.
– Levate le mani, non toccate! Non dovete nemmeno indicare!
Patate, melanzane e aglio. Questa è stata la nostra spesa.
Mentre il fruttivendolo riempiva i sacchetti abbanniava tutto il suo repertorio, tutto d’un fiato, manco fosse Fabri Fibra e i bambini lo guardavano a bocca aperta. Poi sono scoppiati a ridere e lui sembrava più divertito di loro.
– Papà ho fame.
Manco a farlo apposta davanti a noi un tizio friggeva panelle, crocchè e calamari.
– Io gli anelli, papà.
– Sicuro Moreno? Non è che li lasci?
– Sicuro.
– Havana, tu che vuoi?
– Un panino.
– Con le panelle, le crocchè o tutt’e due?
– Panino con tutt’e due, papà.
– Irene tu che vuoi?
– Io devo fare pipì.
– Ma non ti avevo detto di farla prima di uscire? – ho ringhiato io.
– Ma vedi che l’ha fatta – mi ha risposto Alessandra.
– Signora, si circassi un puostu ammucciatu e c’ha fa fari – s’intromise un’anziana signora a turno in quella friggitoria sulla strada.
Irene fece una faccia tipo a dire – Manco morta che la faccio in mezzo alla strada.
– Ce la fai a resistere? – le chiese Alessandra.
Irene disse di sì con la bocca, ma il resto della sua faccia negò.
– Senti – disse Alessandra – vado a cercare un bagno, ci vediamo più avanti.
Il panino e i calamari erano incandescenti, quindi li misi in un sacchetto.
– Andiamo, appena siamo tutti insieme mangiamo.
Ogni volta che andiamo a Ballarò, io e Alessandra terminiamo il nostro giro vicino la chiesa di San Nicolò all’Albergheria, bevendo una birra. Ogni volta nello stesso posto, sapevo che l’avrei trovata lì, e così fu.
Anche Irene aveva un panino, ma solo panelle, io ho preso due birre e ci siamo seduti. Tutti quanti.
– Tenete bambini, non toccate nulla che è tutto sporco. Toccate solo il cibo. E fate attenzione che ancora è caldo.
Nella panca accanto alla nostra c’erano quattro persone con un cane. Un labrador dal pelo scuro che sbavava senza perdersi nemmeno un movimento dei bambini che, nel frattempo, mangiavano come se fossero digiuni da giorni. Qualche tavolo più in là, seduta su una panca, con le spalle poggiate al muro, c’era lei: Rosalia. Indossava un vestito tutto blu con le bretelle ricamate e decorate con delle perle di plastica, anch’esse blu, e una scollatura con dei fiori blu di stoffa. I capelli castani – trattenuti poco sopra la fronte, da un cerchietto che riproduceva una coroncina di fiori – scendevano oltre le spalle facendo tanti zig zag, l’espressione dei suoi occhi, invece, le dava l’aria di una bimba che ha combinato una marachella. A guardarla meglio – con la complicità di quella coroncina di fiori – la giovane donna, mi faceva pensare a Rosalia, quella del Trionfo di Rosalia, di Salvo Licata. Non la Santa, ma la donna che viveva per strada. Una donna con le gambe graffiate per le troppe cadute, proprio come la Rosalia di Salvo Licata, la moglie del ricottaro.
– Scusi, ce l’ha una sigaretta? – Rosalia lo chiedeva a ogni persona che le passava davanti.
Io non fumo – quanto meno non fumo abitualmente – solo di tanto in tanto.
– Ma va’- ho pensato – quasi quasi una sigaretta me la fumo anche io, quindi andai al tabacchi di fronte, comprai un pacchetto e fumai. A debita distanza dai bimbi, si capisce, perché dico sempre loro che fumare è una cosa che non si deve fare. Mai. Poi, sfilai alcune sigarette dal pacchetto, mi avvicinai e le dissi – Tieni.
– Mi hai regalato tre sigarette – disse lei.
– Sì.
– Mi hai regalato tre sigarette – lo ripeté ancora come se le avessi dato una banconota da 500 €.
Io ho sorriso e non sono riuscito a resistere alla tentazione di fare una foto con Rosù.
– Alessandra -urlai – vieni, fammi una foto con la mia amica.
Ci siamo abbracciati, lei ha poggiato la sua fronte sulla mia barba e Alessandra ha scattato.
– Ci andiamo a fare una passeggiata? – disse subito lei.
Non vedevo nessuna malizia nella sua domanda, ma mi imbarazzai lo stesso e ridendo le risposi – Non lo vedi, sono con mia moglie. Ma come me la devo fare una passeggiata con te?
La buttai a ridere e funzionò, almeno in apparenza, perché i miei occhi e quelli di Alessandra si scambiavano le stesse parole: Che pena!
Poi Rosalia cominciò a guardare i bambini e a ripetere – Chi ssu bieddi…Chi ssu bieddi…
Si infilò la mano sinistra dentro la scollatura e uscì fuori un seno. Lo stringeva con delicatezza, come farebbe una madre che si prepara ad allattare il proprio bimbo.
– Chi ssu bieddi! – continuava a ripetere – Chi ssu bieddi!
Per fortuna i bambini non avevano occhi che per il labrador, che ormai aveva un lago di saliva tra le zampe, colpa di Moreno, che masticava quei calamari come se fossero chewing gum.
Si ricompose quasi immediatamente, Rosalia, e mi chiese – Sono i tuoi figli?
– Sì.
– Tutti e tre?
– Sì – dissi io, ritenendo fuori luogo soffermarmi in spiegazioni dettagliate.
– Come ti chiami? – le chiese Alessandra.
– Rosalia.
– Quanti anni hai? – aggiunsi io.
– Ventisei.
Un vecchio puzzolente ci ronzava intorno, lanciandoci occhiate che esprimevano commiserazione nei confronti di Rosalia.
– Me la compri una birra? – disse lei.
– Certo, adesso te la pago, però bevila più tardi. Va bene?
– È tua moglie? – riprese Rosalia.
– Sì.
– Sono i tuoi figli?
– Sì.
– Tutti e tre?
Mi poneva ancora una volta le stesse domande e sorrideva come se le mie risposte la rallegrassero infinitamente. Poi riattaccava – Chi ssu bieddi…
Quando ce ne stavamo per andare, sottovoce, precisa precisa a come fa mia figlia Havana, mi ha detto – Me lo regali un euro?
Alessandra e i bambini erano già per strada, io misi una mano in tasca, presi la moneta più grande che avevo, e proprio come avrei fatto con Havana le ho detto – Tieni, sono due Euro – e la salutai. La salutai con affetto.
– Aspetta! – disse Rosalia.
Io mi girai.
– Grazie.
E sorridendo me ne andai.
Domenica 23 luglio 2017 alle 2.00 del mattino non riuscivo a prendere sonno, pensavo ancora a Rosalia e scrissi un post sul telefonino. Accennavo a quell’incontro avvenuto poche ore prima, un incontro che mi aveva toccato il cuore. Probabilmente, nello stesso istante, lei stava soffiando i suoi ultimi respiri, sull’asfalto, in mezzo a due automobili vicino alla stazione centrale di Palermo.
Questa mattina, una volta sveglio, ho scoperto tutto e sono passato dal sonno a un incubo. Ho scritto a più persone e ho chiamato Alessandra. Una di queste, per consolarmi, mi ha scritto “Prima di andarsene ti ha scelto per essere immortalata in un racconto. Le cose non avvengono per caso”.Rosalia, non ho saputo fare meglio di così.

Ho provato a scrivere gli ultimi istanti di un’anima che si era persa. Una persona che si chiamava Valentina Castiglia, ma che ho deciso di chiamare Rosalia e che così continuerò a chiamare per sempre.

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