GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

Ormai ne ero più che convinto: fare la Prima Comunione mi avrebbe cambiato per sempre. La mia vita non sarebbe stata più la stessa. Se provavo a chiedermi il perché, però, non sapevo darmi alcuna risposta. L’unica cosa che mi veniva in mente era che ogni domenica, a messa, anche io avrei mangiato quella cosa che prendevano gli altri e poi, come gli altri, mi sarei inginocchiato a pregare. Mamma mi diceva che in quel momento avrei potuto parlare con Gesù e il problema era che io, a Gesù, non sapevo proprio cosa dirgli. La pace nel mondo, il mangiare a tutti i poveri… e poi? Insomma, non mi veniva niente che fosse adeguato nel caso in cui ci si trova a tu per tu con Dio. Comunque sia, avevo frequentato per ben due anni il catechismo, tutti i giovedì, e adesso era arrivato il momento. Di sicuro ero molto emozionato. 

Mio padre aveva ottenuto il permesso di utilizzare i saloni del circolo dell’ospedale militare per festeggiare e avevamo invitato tutte le persone che conoscevamo. Ma proprio tutte.

– Quando sei nato e ti abbiamo battezzato eravamo stretti – diceva papà muovendo pollice e indice a pistola. – Non ne avevamo soldi e quindi non ti potuto fare niente, allora. Nessuna festa, proprio niente.

Era dispiaciuto quando me lo raccontava, non aver festeggiato il mio battesimo la considerava una mancanza nei miei confronti, io invece la consideravo una fortuna, perché tanto di una festa per il mio battesimo non avrei ricordato nulla e invece adesso mi beccavo una bella festa.

In quel periodo, a metà degli anni 80 i rinfreschi di quasi tutte le ricorrenze prevedevano una e una cosa soltanto, gli antenati del moderno finger food: la rosticceria mignon. E per questo, avevamo girato per un numero indefinito di bar alla ricerca del miglior preventivo, perché, anche se le nostre condizioni economiche non erano più le stesse dei tempi del battesimo, dovevamo essere sicuri di ottenere quello più conveniente. La ricerca fu estenuante e alla fine ne trovammo uno al Villaggio S. Rosalia. Mamma non faceva altro che ripetere che quello era il migliore bar della città e io ci credevo, anche se nessuno di noi aveva mai messo piede in quel posto. Finalmente, la domenica che avrebbe cambiato per sempre la mia vita arrivò e la cosa che più di ogni altra occupava i miei pensieri era il rinfresco: le arancinette alla carne e al burro, le ravazzate, gli spiedini e le pizzette.

La giornata cominciò presto, a casa, con un servizio fotografico fatto da papà – l’unico autorizzato a usare la macchina fotografica di famiglia. Proprio per questo, lui nelle foto non c’era mai. Foto io da solo. Io e mia sorella. Io, mia sorella e mamma. Io, mia sorella, mamma e la bambina che abitava accanto. Anche lei era stata invitata alla mia prima comunione e se avessimo avuto posto in macchina sarebbe venuto anche suo fratello più piccolo. Il turchese della nostra 126 brillava così tanto che forse nemmeno da nuova ce l’avevano data così luccicante, e anche mamma, come la macchina, era bellissima. In quel periodo aveva i capelli un po’ più lunghi del solito e indossava un vestito che esaltava una femminilità a cui non avevo mai fatto caso. Forse perché si era truccata, e lei non si truccava mai. Mamma diceva sempre – Il trucco rovina la pelle e in più rende volgari. Quel giorno però era speciale e quindi si era truccata anche lei. Se avessi potuto avrei fatto in modo che la vedessero tutti i miei compagni di scuola, perché finalmente anche lei era bella come tutte le altre mamme. Forse anche di più. Papà, invece, mi sembrava sciupato e stanco. Più stanco del solito. Spesso gli occhiali gli scivolavano fino a metà naso e lui li lasciava così e dopo un po’ li faceva tornare su spingendoli con l’indice. Il suo viso, quella mattina, aveva perso l’espressione rigida e autoritaria che aveva abitualmente, sembrava quasi tenero, e qualche volta addirittura rideva. Gli unici rimasti tali e quali eravamo io e mia sorella e infatti ad ogni foto litigavamo. Io mi lamentavo accusandola di copiare le mie pose nelle foto e lei faceva lo stesso.

Prima ancora di mettere un piede sulle scale che portavano alla chiesa della Martorana, mamma mi aveva raccomandato per l’ennesima volta di fare attenzione alla tunichetta che avevamo noleggiata.

– Stai attento che se la rovini dobbiamo pagare un sacco di soldi.

Prima di entrare in chiesa mi affidò un giglio bianco alto quasi quanto me e disse – Questo è il simbolo della purezza, tieni – e subito dopo aggiunse – E mi raccomando, stai attento alla tunichetta.

In chiesa cominciò il secondo servizio fotografico, quello ufficiale, quello col fotografo, e anche quello costava un sacco di soldi, diceva mamma. Eravamo in fila, tutti i bimbi, e ogni volta che il tizio sparava il flash noi avanzavamo. Davanti a me c’era un bambino molto più alto di me che indossava uno specie di smoking celestino, dietro avevo una bambina con un abito che la rendeva del tutto simile ad una fatina nana. Io non ero molto contento della tunichetta, sia per l’ansia di poterla macchiare e mandare tutta la giornata in vacca, ma soprattutto perché indossavo dei sandali bianchi che detestavo, in più erano di una misura più grande rispetto alla mia. Ogni volta che andavamo a comprare un vestito o un paio di scarpe, infatti, era sempre la stessa scena. Sempre.

– Mamma, ma mi stanno troppo grandi.

– No vanno bene queste, tanto ti sta crescendo il piede.

Lo diceva con una tale sicurezza che ogni volta mi convincevo che il piede mi sarebbe cresciuto nel giro di una settimana.

Insomma, quel giorno per non farmi navigare il piede dentro il plantare del sandalo bianco avevano stretto la cinghietta al massimo, con il risultato che mi si stava segando la monta del piede e il dolore, ad ogni passo, si faceva sempre più forte. Ma la cosa che più mi preoccupava, di quei sandali, era la certezza di doverli indossare per almeno un paio d’estati. Non mi piacevano per niente, mi sembravano da femmina e sapevo che tutti i bambini che frequentavo, giustamente, mi avrebbero preso in giro.

Dopo le foto singole, iniziarono quelle con i parenti, davanti l’altare, e alla fine cominciò la messa.

Avevo fatto la prima confessione la sera prima, però adesso invece di seguire la funzione stavo facendo l’esame di coscienza per essere sicuro di non aver commesso nessun peccato in quel lasso di tempo. Prendere la prima comunione senza esserne degno sarebbe stato un peso troppo pesante da trascinare per il resto della vita. Finito l’esame di coscienza, come mi avevano insegnato al catechismo, per essere certo che fosse tutto a posto, decisi di fare un controllo incrociato con i dieci comandamenti. Bene, sembrava tutto a posto. Non avevo ucciso nessuno, neppure le formiche che passeggiavano sul balcone nella casa in campagna in cui vivevamo, non avevo rubato niente e se c’era un comandamento su cui potevo mettere la mano sul fuoco era che non avevo desiderato la donna d’altri. L’unico dubbio mi era venuto su un altro comandamento: non desiderare la roba d’altri. Quel peccato lo commettevo spesso, soprattutto a scuola. Desideravo sempre la roba dei miei compagni: le loro cartelle, i loro diari, i loro vestiti, ma soprattutto desideravo le loro merende, durante la ricreazione. Ovviamente questo peccato lo avevo confessato al prete la sera prima e non capii il perché lui era scoppiato a ridere. Il problema, adesso, era che quel peccato lo avevo ricommesso di nuovo e da pochissimi minuti infatti, con tutto me stesso avevo desiderato lo smoking celestino dello spilungone accanto a me. Il prete andava avanti a parlare e non sapendo come uscirne fuori mi convinsi che Dio mi avrebbe perdonato perché ero sinceramente pentito con tutto me stesso, e poi lo avrei detto come prima cosa alla prossima confessione.

La festa fu un successone, eravamo tutti felici. In uno dei saloni c’era uno stereo e noi bambini ballavamo le canzoni che mandava la radio. Io facevo un po’ fatica a muovermi, non tanto per il dolore ai piedi quanto per il numero di pizzette che avevo ingozzato quasi senza masticare e avevo dovuto sbottonare il pantalone per poter continuare a respirare normalmente.

Poi arrivarono i regali…

Medagliette d’oro e d’argento di cui non mi fregava niente; un orologio con le lancette che non sapevo nemmeno leggere, e soldi che non avrei mai visto perché sapevo già che sarebbero serviti come rimborso per le spese sostenute dai miei. Insomma i regali furono una vera delusione. Tutti tranne uno: un walkman. Una scatoletta che leggeva le musicassette. O cassette, come si chiamavano allora.

L’indomani quando tutto era solo un fresco ricordo, mi svegliai un po’ deluso. La scuola era finita da un paio di settimane, e quella era l’unica nota positiva. A dire la verità, mi sentivo triste perché non mi sembrava fosse cambiato nulla. Io ero lo stesso di sempre e di quella che doveva essere l’esperienza più importante della mia vita mi erano rimaste due cose: un lettore di musicassette con una cuffia, e una grande beffa perché non avevo nemmeno una musicassetta. Quelle di papà non potevo nemmeno guardarle.

Come sempre, per ammazzare il tempo torturavo mia madre, e ogni tanto facevo due passi nell’enorme terrazzo della nostra casa che si affacciava su un limoneto. Stavo giocando a palla con il muro quando mamma mi chiamò. Entrai in casa e la trovai seduta per terra, con il busto infilato dentro lo stipetto sotto il lavello

– Vieni, aiutami ad uscire il fustino del Dixan.

Feci come mi disse e tirammo fuori quell’enorme contenitore incastrato tra il resto dei detersivi.

Eravamo tutti due seduti per terra in cucina e tra me e lei c’era il fustino. Lo aprì e con un bicchiere di plastica cominciò a scavare. Compiva ogni singolo gesto con grande entusiasmo e io non capivo. Poi mi accorsi di quella scritta, a caratteri rossi, sull’etichetta: IN OMAGGIO I GRANDI SUCCESSI DEI CANTANTI ITALIANI. Mi alzai in piedi e mentre facevo salti di gioia, lei sventolava quella scatoletta di plastica. Urlavo isterico e la stritolavo di abbracci, lei rideva e vantava superpoteri capaci di risolvere qualsiasi tipo di problema, come se fosse stata lei in persona a intraprendere quell’iniziativa con la società dei detersivi.

Quando mi consegnò la cassetta lessi sulla copertina: I PIÙ GRANDI SUCCESSI DI GIANNI MORANDI. Misi la cassetta nel walkman, indossai le cuffie e pigiai PLAY. Ero emozionato come se non sapessi cosa mi aspettava, come ci si sente la prima volta che si prende un aereo negli attimi prima del decollo.

Partirono quattro note di un carillon e subito: “È un’ora che aspetto, davanti al portone…”

Andai in balcone cantando a squarciagola, con la voce sguaiata di chi non riesce a sentirsi – Fatti mandare dalla mamma…

Non avevo mai provato una cuffia e mi faceva uno strano effetto perché c’eravamo soltanto io e la musica, tutto il resto era scomparso. Tutto tranne lei, che ora se ne stava accanto alla finestra a guardarmi. Mi guardava e rideva.

 

comunione

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