GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

Se a diciotto anni non sei auto munito, né tanto meno vivi per conto tuo, il rapporto con l’altro sesso rischia di prendere una brutta piega. Era così il mio 1996, frustrante. Sì perché potevo impegnarmi quanto volevo a conquistare una ragazza e fidanzarmici pure, ma al momento di… Insomma arrivati a quel momento lì, sul più bello, non sapendo dove andare, tutto finiva prima di cominciare. Dopo ore di baci e di carezze, per strada, con un occhio a sorvegliare la Vespa, legata ad un palo, e con l’altro a scongiurare la presenza di maniaci sessuali, nascosti dietro le siepi a godersi lo spettacolo, ero sfinito. Provato, spossato e teso. Tesissimo.
Ricordo che quando mi andava bene, ci mettevamo entrambi seduti a cavallo su una panchina, io e lei, uno di fronte l’altra. Lei poggiava le sue gambe sulle mie e bacio dopo bacio ci stringevamo. Purtroppo, questo non faceva che far crescere a dismisura tutta la mia frustrazione.
Le avevo studiate tutte per trovare una soluzione, avevo perlustrato tutta la città e provincia – almeno la parte facilmente raggiungibile con la mia 50 Special – alla ricerca di un posto dove potermi ritagliare un angolo di intimità. Dopo mesi di ricerche, questi erano i risultati: un capannone abbandonato a Partanna, delle costruzioni poste sotto sequestro, sul lungomare dell’Addaura, e un anfratto sulla salita di Monreale, dietro la fontana del Drago. Se fosse dipeso dalla mia volontà, sarei andato anche dentro una grotta frequentata da tossici e criminali, ma come è ovvio, non dipendeva solo da me. Nessuna delle soluzioni trovate andava bene, ma non mi arresi, ed ebbi un lampo di genio. Fra pochi giorni, a Mondello, avrebbero cominciato a montare le cabine sulla spiaggia e fino all’inizio della stagione balneare, di notte, sarebbero state un (quasi) perfetto rifugio d’amore. Certo, non era il massimo del romanticismo, però essere romantico non era tra le mie priorità. A quell’età, non ero io a decidere, erano i miei ormoni in subbuglio.
L’unico problema, adesso, era organizzare tutto, perché per buona parte delle sedicenni, nel 1996, uscire di sera significava crearsi tanti di quegli alibi che non si prepara nemmeno chi ha in mente di pianificare il delitto perfetto.
Dell’estate del 1996, ricordo una cosa fra tutte: una canzone. Una che passavano alla radio e che mi piaceva tantissimo. La cantava George Michael ed era una canzone dolcissima. Jesus to a child. Sì, perché se era vero che dentro me la quantità di testosterone avrebbe potuto trasformarmi in Pietro Pacciani, era anche vero che nello stesso corpo esisteva anche un inguaribile romanticone. Insomma ero una specie di Dr. Jekyll e Mr Hide. Alternavo momenti di arrapamento simili a quelli che potrebbe avere un ergastolano a momenti di effusioni e tenerezza che non aveva nemmeno Romeo Montecchi sotto il balcone di Giulietta.
A Mondello, la distesa di cabine occupava già buona parte della baia e il mio piano “cabina dell’amore” era pronto. Avevo pianificato ogni dettaglio, avevo fatto un giro di ricognizione e avevo identificato la cabina migliore, cioè quella con un ferretto che ne consentiva la chiusura dall’interno. Quando tutto fu pronto, un evento inaspettato stravolse i miei piani: un imprevisto tutto positivo. Un mio zio, appassionato di Bonsai, che doveva partire per lavoro, mi chiese se potevo prendermi cura delle sue piante. Accettai subito anche se ero talmente ignorante in materia, da non saper distinguere una pianta vera da una finta. Mio zio mi spiegava come e quando annaffiarle: a spruzzi una, dal sottovaso l’altra, con acqua distillata l’altra ancora… Io facevo di sì con la testa, ma nella mia mente scorrevano le immagini di quello che avrei voluto combinare in quella casa. Cose che non trovereste nemmeno dentro al Kamasutra. Zio era uno scapolone incallito, e casa sua era il posto ideale per me, un attico di un palazzo altissimo, con una vista mozzafiato sulla città, una enorme terrazza, uno stereo e due casse grandi quanto un armadio a quattro stagioni, statue etniche, strumenti musicali e un frigorifero che sembrava quello di un pub.
In quei giorni, mi stavo preparando per gli esami di maturità, e di tanto in tanto studiavo con una compagna di un’altra sezione. Una ragazza molto affascinante, una che mi piaceva, ma che era così esuberante da inibirmi. Eravamo amici e basta. Un giorno, mentre studiavamo, le dissi che avevo un amico che mi aveva lasciato le chiavi di casa per studiare in tranquillità – visto che lui era fuori per lavoro. Le dissi che si trattava di un amico, perché dire che era casa dello zio, e che io badavo alle piante, mi sembrava una cosa da sfigati.
Ero certo che avrebbe detto di no e invece, accettò. Lo fece all’istante, senza pensarci un secondo, e con la stessa velocità io mi pentii di averla invitata. Mi sentivo in colpa perché avevo una fidanzata.
Così in colpa che mi imposi che mai e poi mai avrei fatto niente di male. Anzi, mi convinsi che di male non c’era niente, perché avremmo studiato e basta.
Studiammo senza distrarci nemmeno per un attimo, ripetemmo a vicenda il libro di Tecnica Turistica e trascorremmo diverse ore così. A un certo punto, però, ci concedemmo una pausa.
Gli occhi di lei andarono sulla custodia di un cd che zio aveva lasciato sopra il mobile dello stereo. Sulla copertina c’era una foto in bianco e nero. Era il volto di un uomo in penombra, con un pizzo che sembrava disegnato e lo sguardo felino. In basso a destra, nella parte in ombra, c’era scritto OLDER
“Mamma mia, lo adoro. Lo puoi mettere?” disse lei.
“E certo” dissi io ostentando sicurezza.
Davanti al pannello dei comandi dello stereo, la sicurezza manifestata pochi secondi prima, crollò.
Mi sembrava di trovarmi davanti la cabina di pilotaggio di un Jet. Non sapevo dove mettere le mani e fece tutto lei: sfiorò due tasti e tutto si illuminò. Il cassettino del lettore si aprì e maneggiandolo con estrema delicatezza prese il CD e dopo averlo appoggiato, lo spinse dentro.
E la musica, iniziò.

1. Jesus to a child 2.Fastlove 3.Older 4.Spinning the wheel…

Io speravo che quella musica durasse in eterno, mentre lei mi stringeva.

5.It doesn’t really matter 6.The strangest thing 7.To be forgiven

Era la colonna sonora di quel preciso istante. Scritta per me e per lei e per quel momento.

8.Move on 9.Star people 10. You have benn loved 11. Free

Alla fine aprimmo gli occhi e sorrisi. Ero felice! Quella musica aveva costruito un mondo che apparteneva solo a noi, un mondo di trasgressione e tenerezza. Anche lei sorrise, ma il suo era un sorriso diverso. I suoi occhi erano socchiusi e l’espressione del suo volto sognante. Come se si fosse appena svegliata e cercasse di trattenere quello che fino a pochi istanti prima era reale.

 

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