GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

Il nome della rosa – il film – mi ricorda papà. Quando ero piccolo, papà se ne stava ore e ore seduto sulla sdraia. La chiamavamo così a casa: la sdraia. E per ore e ore, guardava la ttivvù. La chiamavamo così a casa: la ttivvù. Il pomeriggio era appuntamento fisso con Start Trek. Data astrale…cominciava così ogni puntata, con il diario di bordo del capitano Kirk. Io ci provavo a seguire, ma ogni volta finivo con lo sguardo perso nel vuoto. Sembravamo entrambi ipnotizzati, lui presissimo, io annoiatissimo. Lui sulla sdraia; io sulla sedia. Vicini. E se c’era una regola da rispettare, quando si guardava la ttivvù, era quella che non potevo parlare. Per nessun motivo.
Quando capitava che mi sfuggisse qualcosa dalla bocca, papà mi guardava furibondo e mi chiedeva: “Che hanno detto?”
Io neanche lo stavo seguendo quel dannato telefilm, quindi non avevo la minima idea di cosa avessero detto. Lui tornava a fissare la ttivvù e io non fiatavo più per tutta la durata del film.
Ogni tanto giravo la testa per guardarlo e pensavo che se avesse avuto le orecchie a punta sarebbe stato un vulcaniano DOC.
Per fortuna non guardavamo mai i western, eccezion fatta per quelli di Sergio Leone. Anche lì mi annoiavo a guardare quei duelli fatti di sguardi, di inquadrature, di dettagli. Di occhi, di dita che fanno la ola sulla fondina, di pistole. Anche in quei casi, mi giravo per guardarlo, e lo immaginavo – così per come stava, seduto sulla sdraia – con un un cinturone alla vita pieno di cartucce, e una pistola dentro una fondina che gli aderiva lungo la coscia. E ne ero certo, lui sarebbe stato più duro di Clint Eastwood! Papà sarebbe stato un perfetto cowboy. Parlava pochissimo, non sorrideva mai, non faceva le coccole, non baciava e non abbracciava. Mai. Papà era così. Ogni volta che parlava, però, pendevo dalle sue labbra, e quando faceva una battuta, era quasi sempre una coltellata che ti feriva, o una scarica di ironia che ti spiazzava, o una battuta che ti faceva pisciare addosso dalle risate. Ovviamente, lui restava serio.Impassibile.
Tele Sakura, Video Pa, Trog, Sicilia Uno, questi erano i nostri amici e parenti: la ttivvù. A quei tempi offriva poco e niente, rispetto a oggi, e quel poco che passava lo replicava fino alla nausea. I miei pomeriggi passavano così, tra i compiti e la ttivvù. Una volta con Arnold Schwarzenegger nei panni di Conan il barbaro, altre con Robocop… Di notte, era quasi sempre appuntamento fisso con un giovane Mel Gibson nel film Interceptor e benché le scene fossero crude e violente mi faceva restare con lui, mentre mamma dormiva.
Di tutti i film visti insieme, quello che ricordo con maggiore affetto è Il nome della rosa, con Sean Connery, quel film mi piaceva da matti. E anche se non riuscivo a seguirlo del tutto, non mi annoiavo, perché, quello, era l’unico film che guardavamo chiacchierando. Potevo fargli tutte le domande che volevo e lui mi spiegava, passo passo, ciò che Frate Guglielmo da Baskerville stava cercando di fare. E ogni singola volta che lo riguardavamo, lui mi rispiegava tutto daccapo: smettevamo di stare con la ttivvù e stavamo insieme. Io e lui. Papà non era più né il signor Spock, né un pistolero di uno spaghetti western. Per quelle due ore era il mio papà.
O forse, a pensarci bene, lui diventava Frate Guglielmo e io il suo allievo, Adso da Melk.

P.S. Questi ricordi sono emersi quasi per caso, grazie ad un audio libro che ho iniziato ad ascoltare oggi pomeriggio in auto: Il Nome della Rosa, letto integralmente da Tommaso Ragno. Quando la recitazione tocca livelli altissimi i piaceri di un libro si moltiplicano. Si crea una dimensione più profonda e coinvolgente rispetto alla lettura che facciamo da soli con noi stessi. Insomma, ho fatto il più grande affare della mia vita: una valanga di emozioni, scaricate in MP3, dal sito della emonsaudiolibri, per meno di dieci euro.
Mi sarei sentito tanti egoista a tenermi tutto questo per me. Buon ascolto.

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