GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

Quando stamattina ho aperto gli occhi il mio primo pensiero è stato: “Red Bull.”

Ieri sera mi ero scolato l’ultima, azzerando la mia scorta, sapevo perciò che avrei dovuto provvedere al più presto.
Dopo una piacevole fermata in un superclimatizzato e semideserto ufficio postale corro da Lidl.

Una volta arrivato però non riesco nemmeno a posteggiare che uno scooter mi raggiunge a folle velocità fermandosi a pochi millimetri dal mio sportello.

Alla guida c’è un ragazzo dal fisico asciutto (beato lui), di vent’anni circa ( beato, beato lui).
Ha le sopracciglia ridotte a filo e nonostante sopra gli occhi io abbia due spazzoloni setolosi, almeno su questo, non lo invidio.

In realtà queste considerazioni le ho fatto in seguito perché gli occhi e l’espressione del suo viso non erano affatto rassicuranti e, soprattutto, non sapevo ancora cosa volesse da me.

“Questa è la prima rapina a mano armata che subisco nella mia vita.” penso come prima cosa. Non riesco ad immaginare altre ragioni per quel modo di avvicinarsi del tutto simile ad un assalto.

“Nni vuoai occasiuoani?” mi domanda indicando un sacchetto che tiene sulla pedana della moto.
Ho ancora il motore dell’auto accesa e decido di spegnerlo cercando quasi istintivamente di comunicare assoluta tranquillità. Non sono spaventato, quasi certamente è un ladruncolo o un ricettatore che cerca di vendere la “sua” merce.


Sono all’erta perché, si sa, per strada può succedere di tutto.
Per fortuna i bambini non sono con me. Ovviamente fortuna per il malvivente, ve lo immaginate poveretto a discutere con Havana?
Insomma non mi dà neanche il tempo di rispondere e aggiunge: “Amunì ca fai un affare.”
Sembra uno di quelli che ha imparato a vivere alla svelta; è sicuro di sé e di quello che gli ha insegnato la strada.

“Non mi interessa.” gli rispondo secco.

Il tizio non piace proprio per niente, non mi ispira affatto nulla di buono, soprattutto adesso che sta ispezionando con gli occhi dentro l’abitacolo.
Andando via dalla posta non ho conservato nello zaino il portafogli che adesso sta in bella vista sul sedile del passeggero.

“Non mi interessa.” ripeto un’altra volta.
“Ma si manco i taliasti.” ribatte lui.
Più volte, in passato, mi è capitato che delle persone mi chiedessero se fossi un poliziotto, dunque, pur di cacciarlo via immediatamente decido di giocare su un equivoco.
Con voce seria ma molto tranquilla gli dico: “Senti, lo devi capire bene quello che ti dico. Non mi interessa.”
Il giovane mi conferma di essere molto sveglio e mi risponde: “Ma chi ssi rà Finanza?”
“Ognuno ha il suo lavoro ed io il tuo non lo voglio sapere.”

Il ragazzo allora entra la testa dentro l’auto; io penso che stia puntando verso il portafogli invece mi porge la mano e io gli tendo la mia.

Ci diamo una bella stretta, vigorosa come farebbero due persone che hanno appena raggiunto un accordo.
A voce bassa poi aggiunge: “I me clienti su quasi tutti ra Finanza e ddi Carabbinieri. Ma u sai quanti? Significa ca uaoggi ncucciavu l’unico sbirro onesto.”
In meno di tre secondi scompare; il poliziotto onesto invece non c’era mai stato.

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