GaspareScimò

Amo Alessandra, i miei figli e scrivere. Il resto mi serve solo a far meglio queste tre cose.

Avevo poco più di vent’anni e vivevo a Brescia, da quasi un anno, all’ultimo piano di una palazzina sopra un piccolo centro commerciale. Da quando ero arrivato al nord avevo fatto una quantità di lavori così diversi fra loro e tutti molto faticosi. A volte, dopo una giornata di traslochi o di sgomberi di cantine, per arrotondare, di notte, raccoglievo il cartone o il vetro con una cooperativa convenzionata con il comune di Brescia.
Da pochi giorni avevo finito di leggere “Il pendolo di Foucalt” e ne ero rimasto così estasiato che decisi di conoscere meglio il suo incredibile autore.
Da bambino, con papà, avevo visto talmente tante volte “Il nome della rosa” e quindi, decisi di acquistare un titolo meno noto: “Kant e l’ornitorinco”.
Posai il libro sopra il comodino ma i ritmi di quel periodo mi impedirono di aprirlo.
A Brescia, oltre alle letture e al cinema avevo solo tre amici, per il resto tanta solitudine e un lavoro.
Da poco più di un mese ne avevo trovato uno nuovo e quel pomeriggio mi trovavo a Faenza.
Stavo seduto per terra, dentro lo scheletro di un fabbricato tirato su da pochi giorni e con una forbice da elettricista spelavo i cavi dell’impianto di rete. Tenevo il cavo fra le mani privandolo della guaina e intrecciavo i fili elettrici, poi li accoppiavo tra loro in base ai colori: bianco-verde; bianco-arancio; bianco-blu; bianco-marrone.
Un colpo di forbice, un connettore, una bella stretta nella pinza a crippare e si passava alla presa successiva. Questo tipo di lavoro, simile a quello di una catena di montaggio, diventava una sorta di meditazione e ogni volta, la mente vagava libera dove preferiva. Il più delle volte pensavo a Palermo, stava diventando un’ossessione. Ero arrivato ad un livello tale di nostalgia che mi mancava perfino il signor Rosario, il salumiere che lavorava al supermercato sotto casa dei miei genitori.
Nel silenzio di quell’edificio, il trillo del mio cellulare squillò forte come la fanfara dei bersaglieri.
“Pronto.”
“Buongiorno parlo con il signor Scimò?”
“Sì sono io.”
“Qui è l’Adecco di Palermo. Potrebbe venire dopodomani pomeriggio per un colloquio di lavoro?”
“Dopodomani? Guardi, mi trovo a Brescia e mi viene un po’ difficile, ma sono interessato.”
“Mi spiace, stiamo contattando tante persone e non posso aiutarla, pensa di potercela fare per venerdì? Più di questo non posso fare.”
“Potrebbe anticiparmi di cosa si tratta? Giusto per poter valutare meglio la situazione.”
“Mi spiace, non posso dirle nulla, tranne che venerdì incontrerà direttamente i referenti dell’azienda e che se piacerà a loro l’assumeranno senza necessità di fare altri colloqui.”
“Va bene allora, a venerdì.”
Uno dei miei tre amici era anche il mio datore di lavoro, decisi dunque di chiamarlo immediatamente e, ovviamente, di dirgli la verità. Pensai che tra l’amico e il dipendente dovessi far parlare l’amico.
Lavoravo per lui da così poco ed ero mortificato nel dargli quella notizia. Gli raccontai per filo e per segno della telefonata, di questa misteriosa opportunità di lavoro che mi avrebbe consentito di tornare a casa e gli chiesi un paio di giorni di ferie.
“Pensaci bene” mi rispose, e poi aggiunse: “e quando torni in azienda fammi sapere che hai deciso. Se vuoi andare a fare il colloquio devi dimetterti.”
Quella parte di Italia mi sembrò ancora più grigia, avevo perso il 33,333% delle persone che mi volevano bene. Non sapevo cosa fare, se il colloquio andava male avrei perso anche il mio nuovo lavoro.
A fine giornata, mentre il mio collega guidava il furgoncino, cercavo di valutare il da farsi senza riuscire a venirne a capo. Decisi di seguire l’istinto, chiamai il mio amico al telefono e gli dissi che mi sarei dimesso.
“Male che vada tornerò a raccogliere il cartone, e poi si vedrà.” mi ripetei più volte questa frase per farmi coraggio. La ripetei persino il momento prima del colloquio.
Alla sede dell’Adecco di Palermo incontrai una donna, mi disse che rappresentava la BLU S.p.A., una nuova compagnia della telefonia mobile. “Noi siamo proiettati verso il futuro e l’innovazione” mi disse, poi prese il mio curriculum e lo lesse.
“Quale libro tiene sul comodino adesso?” mi domandò.
Risposi senza riflettere: “Kant e l’ornitorinco” poi pensai che non avevo letto nemmeno una pagina e che se mi avesse chiesto qualcosa, avrei fatto un figurone di merda.
La donna mi guardò, sorrise e mi disse: “Benvenuto in Blu. Ci vediamo lunedì a Firenze.”
Uscii dagli uffici dell’Adecco felice come un condannato a morte che è stato appena graziato e ancor prima di ringraziare Dio ringraziai lui: Umberto Eco.
In fondo se ero stato assunto era grazie a lui.
Da allora, per un motivo o per un altro, non avevo più preso quel libro tra le mani, adesso invece si trova di nuovo sul mio comodino.

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